lunedì 31 agosto 2015

Želja za putovanjem (ovvero: Wanderlust - parte III)



Provincia di Herceg Novi (Montenegro), 20 agosto 2015, ore 22 circa.

La strada montenegrina è stretta, buia, e continua a salire.
Il confine di Stato arriva a sorpresa, appena dopo una curva. Me lo aspettavo più avanti e con più auto in coda, invece non ne trovo nessuna, e per un istante dubito che qui la frontiera sia aperta e temo di dover tornare sulla strada principale (la D8) e fare ore di coda. Ma poi esce un ufficiale montenegrino che ci controlla i passaporti e ci fa passare.

Il suo collega croato, pochi metri più avanti, sembra perplesso.

“Italiani. Dove andare?”, ci chiede mentre gli mostriamo i documenti.

Per un attimo penso che ci chiederà anche cosa portiamo, quanti siamo, e un fiorino, ma poi riprendo la mia abituale serietà e rispondo: “A Slano”.

Slano è una località vicino a Dubrovnik, per chi non lo sapesse (non lo sapevamo nemmeno noi fino a due giorni prima), che fu completamente distrutta dai serbi nel 1991-92 durante la guerra (o aggressione, come la chiamano da queste parti) e successivamente ricostruita.

“Ciao”, e ci restituisce i documenti.

La strada croata è stretta e buia come quella montenegrina, però scende verso il mare invece di salire. Ogni tanto qualche cartello di pericolo attraversamento cinghiali o di buon viaggio (sretan put, come si dice da queste parti) interrompe la monotonia. Nell’autoradio, le note di Cupe Vampe ci ricordano che domani sera arriveremo a Sarajevo…


Hamdije Čemerlića, Sarajevo, 22 agosto 2015, ore 21 circa.

Oggi abbiamo viaggiato con i mezzi pubblici, dato che non ci siamo fidati di girare per la città senza mappe alla ricerca di un parcheggio. Fino a questo punto è andato tutto secondo il nostro piano. Poi il piano ha subito un rallentamento.

“Ma arriverà qualche autobus prima o poi? O dovremo prendere un taxi?”, dico a V.
Una signora dietro di noi alla fermata interviene, in bosniaco, facendoci capire che è meglio non prendere i taxi. OK, continuiamo ad aspettare l’autobus. La signora però, dopo qualche minuto, decide di avviarsi a piedi verso la sua destinazione e noi ci guardiamo perplessi. Peccato che, per arrivare alla nostra destinazione, dovremmo percorrere circa 7km di inesplorata periferia sarajevese, altrimenti anche noi avremmo fatto la stessa scelta.

Pochi minuti dopo, un’altra signora, che fortunatamente parla un po’ di inglese, ci chiede da dove veniamo e inizia ad attaccare bottone. Facciamo così un’interessante conversazione in cui impariamo che a Sarajevo sta arrivando troppa gente dai piccoli centri dei dintorni per cercare lavoro, con il risultato che di lavoro ce n’è sempre meno. La conversazione ci aiuta anche a passare il tempo, che inesorabilmente scorre senza che si intraveda la minima traccia di un autobus.

Ne arriva finalmente uno, che però non è il nostro. La signora sale e ci saluta augurandoci buon viaggio.

Altri minuti.

Arriva un altro autobus. Salgo facendo vedere la cartina all’autista, ma lui mi risponde (in bosniaco) facendomi capire che l’autobus non è quello giusto.

Altri minuti.

Ne arriva un altro che potrebbe andare bene.

Tutto ciò che segue è assolutamente surreale.
L’autista, un uomo sulla sessantina, non parla una parola di inglese, ma ci fa ampi cenni di salire. Con l’aiuto di una passeggera cerchiamo di spiegargli, apparentemente senza molto successo, dove si trova la nostra fermata. Ma appena pronuncio le parole magiche “Motel Boss”, l’autista si illumina. Confidando che abbia capito, ci sediamo ai nostri posti e vediamo l’autobus sfrecciare per le vie periferiche di Sarajevo.

Fermata dopo fermata.

Ci sembra che stia andando nella direzione giusta, ma non possiamo fare a meno di pensare all’eventualità che non abbia capito e ci stia portando ancora più lontano di prima dalla nostra destinazione.

Improvvisamente l’autobus si ferma.
La familiare insegna del Motel Boss sul lato sinistro della strada ci assicura che siamo arrivati. Salutiamo e ringraziamo l’autista con grandi sorrisi. Ma non è finita.

L’autista scende dall’autobus.

Si piazza in mezzo alla strada.

Ferma il traffico per farci attraversare.

Dall’altro lato della strada, salutiamo di nuovo l’autista, che nel frattempo è diventato il nostro nuovo supereroe. Lui ricambia con qualche colpo di clacson mentre riparte.

Chissà se anche lui racconterà a figli/nipoti/amici il suo incontro con una coppia di sperduti turisti italiani, come noi stiamo raccontando di lui…

Ma non è finita. Non ancora.
Appena prima di entrare nel motel, sentiamo chiaramente provenire dall’interno le note(?) di musica da discoteca dei Balcani.

Saliamo le scale.

Il salone del primo piano è stato trasformato in una discoteca dei Balcani. A quanto pare, si sta festeggiando un matrimonio.
Sotto sotto, per concludere ancora più degnamente la serata, speravamo che ci avrebbero invitato a bere una sljivovica o qualcosa di simile, ma invece ci lasciano passare senza interrompere i loro festeggiamenti.

Stranamente (e fortunatamente) la musica si interrompe dopo meno di mezz’ora, quando siamo ormai nella nostra camera, lavati, rilassati e pronti per un sonno che di certo ci farà dimenticare i 14km percorsi a piedi oggi, ma non le cose che abbiamo visto.

Chissà se i festeggiamenti sono proseguiti da qualche altra parte?, ci domandiamo, prima di chiudere gli occhi.