Provincia di Herceg Novi (Montenegro), 20 agosto 2015, ore 22 circa.
La strada montenegrina
è stretta, buia, e continua a salire.
Il confine di
Stato arriva a sorpresa, appena dopo una curva. Me lo aspettavo più avanti e
con più auto in coda, invece non ne trovo nessuna, e per un istante dubito che qui
la frontiera sia aperta e temo di dover tornare sulla strada principale (la D8)
e fare ore di coda. Ma poi esce un ufficiale montenegrino che ci controlla i
passaporti e ci fa passare.
Il suo collega
croato, pochi metri più avanti, sembra perplesso.
“Italiani. Dove
andare?”, ci chiede mentre gli mostriamo i documenti.
Per un attimo penso
che ci chiederà anche cosa portiamo, quanti siamo, e un fiorino, ma poi riprendo la mia abituale serietà e rispondo:
“A Slano”.
Slano è una
località vicino a Dubrovnik, per chi non lo sapesse (non lo sapevamo nemmeno
noi fino a due giorni prima), che fu completamente distrutta dai serbi nel
1991-92 durante la guerra (o aggressione, come la chiamano da queste parti) e
successivamente ricostruita.
“Ciao”, e ci
restituisce i documenti.
La strada croata
è stretta e buia come quella montenegrina, però scende verso il mare invece di
salire. Ogni tanto qualche cartello di pericolo attraversamento cinghiali o di
buon viaggio (sretan put, come si dice da queste parti) interrompe la
monotonia. Nell’autoradio, le note di Cupe Vampe ci ricordano che domani sera arriveremo a
Sarajevo…
…
Hamdije Čemerlića,
Sarajevo, 22 agosto 2015, ore 21 circa.
Oggi abbiamo
viaggiato con i mezzi pubblici, dato che non ci siamo fidati di girare per la
città senza mappe alla ricerca di un parcheggio. Fino a questo punto è andato
tutto secondo il nostro piano. Poi il piano ha subito un rallentamento.
“Ma arriverà
qualche autobus prima o poi? O dovremo prendere un taxi?”, dico a V.
Una signora
dietro di noi alla fermata interviene, in bosniaco, facendoci capire che è
meglio non prendere i taxi. OK, continuiamo ad aspettare l’autobus. La signora
però, dopo qualche minuto, decide di avviarsi a piedi verso la sua destinazione
e noi ci guardiamo perplessi. Peccato che, per arrivare alla nostra
destinazione, dovremmo percorrere circa 7km di inesplorata periferia
sarajevese, altrimenti anche noi avremmo fatto la stessa scelta.
Pochi minuti
dopo, un’altra signora, che fortunatamente parla un po’ di inglese, ci chiede
da dove veniamo e inizia ad attaccare bottone. Facciamo così un’interessante
conversazione in cui impariamo che a Sarajevo sta arrivando troppa gente dai
piccoli centri dei dintorni per cercare lavoro, con il risultato che di lavoro
ce n’è sempre meno. La conversazione ci aiuta anche a passare il tempo, che
inesorabilmente scorre senza che si intraveda la minima traccia di un autobus.
Ne arriva
finalmente uno, che però non è il nostro. La signora sale e ci saluta
augurandoci buon viaggio.
Altri minuti.
Arriva un altro
autobus. Salgo facendo vedere la cartina all’autista, ma lui mi risponde (in
bosniaco) facendomi capire che l’autobus non è quello giusto.
Altri minuti.
Ne arriva un
altro che potrebbe andare bene.
Tutto ciò che
segue è assolutamente surreale.
L’autista, un
uomo sulla sessantina, non parla una parola di inglese, ma ci fa ampi cenni di
salire. Con l’aiuto di una passeggera cerchiamo di spiegargli, apparentemente
senza molto successo, dove si trova la nostra fermata. Ma appena pronuncio le
parole magiche “Motel Boss”, l’autista si illumina. Confidando che abbia
capito, ci sediamo ai nostri posti e vediamo l’autobus sfrecciare per le vie
periferiche di Sarajevo.
Fermata dopo
fermata.
Ci sembra che
stia andando nella direzione giusta, ma non possiamo fare a meno di pensare
all’eventualità che non abbia capito e ci stia portando ancora più lontano di
prima dalla nostra destinazione.
Improvvisamente
l’autobus si ferma.
La familiare
insegna del Motel Boss sul lato sinistro della strada ci assicura che siamo
arrivati. Salutiamo e ringraziamo l’autista con grandi sorrisi. Ma non è
finita.
L’autista scende
dall’autobus.
Si piazza in
mezzo alla strada.
Ferma il traffico
per farci attraversare.
Dall’altro lato
della strada, salutiamo di nuovo l’autista, che nel frattempo è diventato il
nostro nuovo supereroe. Lui ricambia con qualche colpo di clacson mentre
riparte.
Chissà se anche
lui racconterà a figli/nipoti/amici il suo incontro con una coppia di sperduti
turisti italiani, come noi stiamo raccontando di lui…
Ma non è finita.
Non ancora.
Appena prima di
entrare nel motel, sentiamo chiaramente provenire dall’interno le note(?) di
musica da discoteca dei Balcani.
Saliamo le scale.
Il salone del
primo piano è stato trasformato in una discoteca dei Balcani. A quanto pare, si
sta festeggiando un matrimonio.
Sotto sotto, per
concludere ancora più degnamente la serata, speravamo che ci avrebbero invitato
a bere una sljivovica o qualcosa di simile, ma invece ci lasciano passare senza
interrompere i loro festeggiamenti.
Stranamente (e
fortunatamente) la musica si interrompe dopo meno di mezz’ora, quando siamo
ormai nella nostra camera, lavati, rilassati e pronti per un sonno che di certo
ci farà dimenticare i 14km percorsi a piedi oggi, ma non le cose che abbiamo
visto.
Chissà se i
festeggiamenti sono proseguiti da qualche altra parte?, ci domandiamo, prima di
chiudere gli occhi.
