lunedì 17 dicembre 2018

Atlantide


Atlanta, Georgia, 14 dicembre 2018 (o è il 15? No, è ancora il 14)

“Nice day in Seattle!”, aveva detto stamattina Jeremy, l’ingegnere del laboratorio di certificazione in cui ho passato gli ultimi due giorni lavorativi. E a pensarci bene, con questa pioggerellina autunnale, sembra proprio di essere a Seattle (non che io ci sia mai stato, a dire il vero: oltretutto fino a un paio di giorni fa non ero neanche mai stato negli USA, a parte quella volta che ho fatto scalo a Los Angeles per qualche ora in attesa di prendere il volo per la Nuova Zelanda).

Le prove di certificazione sono andate bene e sono finite anche con qualche ora di anticipo, così, se prima dell’esito ero estremamente nervoso, adesso la mia unica preoccupazione è diventata quella di vedere più cose possibile in città senza farmi rapinare o sparare e poi imbarcarmi per il volo di ritorno, prendere la coincidenza ad Amsterdam, conservare almeno un minimo di energie per non stramazzare al suolo durante gli spostamenti da un mezzo all’altro... (unica preoccupazione, avevo detto!)

Scendo alla fermata Peachtree Center. Salgo in superficie e inizio a guardarmi intorno. Il che significa soprattutto guardare in alto, date le dimensioni degli edifici. Di quelli più alti non si vede nemmeno la cima, visto che oggi le nuvole sono basse. Continua a piovigginare. C’è aria di Natale e qui mi sembra di avere capito che lo prendono sul serio, almeno a giudicare dalle decorazioni: ho visto auto con le corna e il naso da renna, luci natalizie sulla ruota di scorta di una jeep, luminarie sul nastro trasportatore del baggage claim in aeroporto, ecc.  

Vorrei passare più o meno inosservato ma la gente mi parla. Qualcuno mi dice “I like your accent! Where are you from?” e lo prendo quasi per un complimento: se mi avessero detto “Funny English” sarebbe stato peggio. 

Continua a piovigginare e il mio trolley (già, devo pure trascinarmi dietro il trolley) inizia a diventare parecchio umido, ma non ancora inzuppato, quindi proseguo. Arrivo al CNN Center e decido di farci un salto. Realizzo che questo è il quartier generale della CNN e mi sembra di entrare in un pezzo di storia recente. La prima guerra del Golfo e tutto il resto. Anche se in sostanza questo edificio, più che uno studio televisivo, è un grande centro commerciale (non che la cosa mi dispiaccia: devo comprare dei regali e magari anche pranzare, visto che è mezzogiorno e mezzo). Per ragioni di sicurezza del tutto comprensibili mi fanno lasciare il trolley alla reception dell’hotel che si trova al piano terra, altra cosa che non mi dispiace, dal momento che sono stufo di trascinarmelo dietro. Trovo sia i regali che il pranzo. In effetti negli USA è veramente impossibile non trovare qualcosa da mangiare o comprare.

Esco e riprendo a girare con meno convinzione di prima, dato che la pioggia sembra aumentare e la mia stanchezza pure. Mi dirigo verso il centro Coca-Cola e l’acquario. Guardo entrambi da fuori per mancanza di tempo/voglia (di Coca-Cola praticamente non ne bevo più e l’acquario sembra in restauro: la facciata a forma di squalo è in rifacimento per metà – leggo su un cartello che i lavori termineranno nel 2020). Tornando indietro attraverso il parco delle Olimpiadi del 1996, popolato da sculture e monumenti dall’aspetto vagamente sovietico.

La pioggia aumenta. Risalgo verso il centro (la città è su una collina) cercando il più possibile di passare sotto a tettoie e zone coperte. Mi rendo conto che il centro città non è altro che una serie di grattacieli e garage/parcheggi, anch’essi a forma di grattacielo. Evidentemente gli abitanti vivono quasi tutti in periferia. Passa il classico camion della Coca-Cola che riesco a fotografare a un incrocio. Non ho neanche portato la reflex in questo viaggio (non l’avrei comunque usata sotto la pioggia), quindi dovrò accontentarmi della fotocamera del telefono. 

Ogni tanto vedo qualche bello scorcio, ma con il sole o ancora meglio con qualche nuvola passeggera sarebbe stata tutta un’altra cosa. Quindi alla fine mi arrendo, anche perché adesso inizia davvero a diluviare e il meteo per le prossime ore non prevede tregua, e mi dirigo verso la stazione di Peachtree Center per arrivare in aeroporto con mooooolto anticipo (leggerò un libro). Non prima però di essere fermato da un homeless che mi attacca bottone facendomi un interessante resoconto di tutto l’isolato (il grattacielo qui di fronte era la sede originale della Coca-Cola; proprio qui dove ora c’è questa rotonda, Margaret Mitchell di Via Col Vento fu investita e uccisa da un’auto; al posto di quell’altro grattacielo prima c’era un hotel in cui ci fu il peggior incendio della storia degli USA). Peccato che alla fine non avevo niente, neanche un quarto di dollaro da dargli, dato che in questi giorni ho usato solo la carta di credito, quindi ha dovuto accontentarsi di qualche snack omaggio che avevo in tasca.

E alla fine di quell’unica e interminabile giornata che per me è stata il quattordiciquindicidicembreduemiladiciotto sono arrivato a casa.

Ma di quel misto di curiosità e diffidenza che avevo verso gli USA mi è rimasta alla fine quasi solo la curiosità, per cui penso che tornerò a breve, possibilmente stavolta in vacanza e non per lavoro.

Peachtree Center
 


The Commerce Club

 
 Enjoy Coca-Cola!

Centennial Olympic Park 



venerdì 24 agosto 2018

Berolinastrasse 21


Dalle parti di Karl-Marx-Straße, Berlino Est, 19 agosto 2018 ore 14.30.

Solo noi potevamo.
OK, OK, prima di venire qui abbiamo giustamente visitato tutto quello che chi arriva per la prima volta a Berlino deve visitare. Ma poi, dato che ci avanzavano un paio d’ore, siamo finiti in questo angolo di socialismo reale sopravvissuto almeno in apparenza al crollo del muro per cercare una cosa.
Questa cosa.
Il numero civico 21 di Berolinastraße.
E perché mai?
Perché in un appartamento di quel palazzo hanno girato Good Bye Lenin!, uno dei nostri film preferiti.
La ricerca è stata dura. Innanzitutto perché in questi giorni a Berlino fa molto caldo. Per dare un’idea, la settimana prima di Berlino eravamo in Sardegna e faceva meno caldo. In secondo luogo perché, se si esclude Karl-Marx-Straße che fila dritta per oltre 2km, il resto delle vie del quartiere è un labirinto di incroci, cortili privati, strade che si diramano in tutte le direzioni tranne dove pensavi di dover andare.
Ma alla fine, eccolo lì. E’ quasi il palazzo più scalcagnato dell’intero quartiere (dico quasi solo perché qui vicino c’è un complesso di edifici abbandonato e in rovina su cui campeggia la scritta “Stop Wars”). Lo guardiamo dal basso verso l’alto. Color bianco sporco, alto e sottile, molti piani, nessun drappo rosso sulla fiancata per festeggiare chissà quale anniversario. Niente di speciale, penso, difatti non faccio neanche una foto. E non mi viene voglia di entrarci perché comunque all’interno gli appartamenti dell’ex Germania Est saranno stati tutti trasformati in qualcosa di pseudo-occidentale (ne abbiamo comunque visto uno originale ieri al DDR Museum), senza contare che si vede lontano un miglio che non siamo del posto e quindi gli inquilini del palazzo sarebbero giustamente infastiditi dalla nostra curiosità. Però siamo contenti di averlo trovato. Ce ne ricorderemo.

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Sul divano di casa, 20 agosto 2018, ore 21

Ovviamente la prima cosa che abbiamo fatto la sera dopo essere tornati a casa è stato rivedere Good Bye Lenin. E una delle prime cose che abbiamo visto, a parte l’immancabile Fernsehturm che si vedeva da ogni angolazione anche nel film, è il palazzo di Berolinastraße 21, che nel film (girato nel 2003) è leggermente più in sagoma di adesso. Good Bye Lenin! è geniale, continua ad essere uno dei miei preferiti. E più in generale, una delle cose che adoriamo fare dopo i viaggi è ritrovare i luoghi che abbiamo visitato nei film che guardiamo e nei libri che leggiamo.

martedì 1 agosto 2017

L'antico vaso andava portato in salvo (Frammento I)



Roussospiti, Creta, 18 luglio 2017.


Taverne, taverne ovunque. 

In generale, nei miei viaggi, ho notato che più si va a sud e più è alta la concentrazione di posti in cui si può mangiare. Tanto per fare qualche esempio, partendo dal nord: in giro per l’Islanda avremmo saltato diverse volte la cena se non ci fossimo portati del cibo in scatola da casa; in Norvegia molte cucine chiudevano alle 20: ho perso il conto di tutte le volte che siamo stati gli ultimi di quella sera a cenare in quel dato ristorante; in Scozia ho già parlato qui di quando abbiamo cenato con birra e un sacchetto di patatine in due.  

A Creta decisamente non abbiamo avuto problemi né di orario, dato che i locali cenano abitualmente alle 22, né di scarsità di ristoranti: persino nelle località più piccole e remote tipo Roussospiti (dove avevamo la nostra base) non abbiamo avuto difficoltà a scegliere la nostra taverna di riferimento, anzi è stata lei a scegliere noi, quando il proprietario della taverna ci ha letteralmente accompagnato all’appartamento che avevamo preso a noleggio per quella settimana, che noi ovviamente non stavamo trovando, dato che Roussospiti non ha i nomi delle vie e consiste in un’unica tortuosa strada principale con larghezza variabile da 1.5 a 3 metri da cui si dipartono vie laterali sterrate con pendenza minima del 20% in salita. Noi abbiamo ricambiato cenando lì la prima sera, e anche la seconda perché la prima ci era piaciuta. Se mai passate da quelle parti, cercate l’insegna (si chiama Taverna Mylonas) e ordinate una grigliata mista e magari prima anche un piatto di dolmadakia.
  
L’abbondanza di ristoranti può a volte diventare vagamente molesta, come nel centro di Rethymno e in quello di Chaniá, dove si potrebbe coniare un nuovo termine (ammesso che nessuno ci abbia pensato prima): buttadentro.  
Il buttadentro è un essere mitologico che ha il potere di capire al volo da che paese provieni (anche nel caso in cui tu non abbia ancora detto una parola in sua presenza) e di sapersi esprimere nella tua lingua anche se la tua lingua è, che ne so, il gallese antico, invitandoti a entrare nel suo ristorante. Detto tra noi, li ammiro molto per il loro poliglottismo, perché io in una settimana ho imparato solo a dire buongiorno, buonasera, grazie e prego in greco. Ce n’è uno davanti ad ogni taverna e le taverne sono praticamente ad ogni numero civico. Ti prendono per estenuazione. Dopo 10-20 incontri con questi personaggi nel giro di pochi minuti, finisci per entrare nel primo posto che lontanamente ti ispira (e comunque rimani sempre soddisfatto, almeno a Creta, altrove non so).

 Non stavo scherzando.

  Se ordini del pesce, inevitabilmente farai amicizia con gli abitanti del posto...
 

giovedì 18 maggio 2017

...



Ascoltavo i 57 minuti di Badmotorfinger quasi tutte le volte che andavo a correre, perché tra le centinaia di album che mi piacevano all’epoca (la maggior parte dei quali ascolto tuttora) semplicemente era quello che si adattava meglio alla mia corsa per quel giusto mix di ritmo, energia e rabbia, senza contare poi che in quel periodo riuscivo tranquillamente a correre per un’ora, giusto la durata dell’album, e alla fine non c’era comunque nessuna app per vantarsi del risultato sui social (non c’erano nemmeno i social a dire il vero).

Tornavo a casa la sera tardi sfrecciando con la mia Renault 5 scassata sulla tangenziale appena costruita e ancora poco trafficata, dopo giornate passate a studiare esami apparentemente impossibili tipo Campi Elettromagnetici ed Elettronica II, e nell’autoradio c’era quasi sempre la cassetta blu di 80 minuti con l’album Superunknown, perché tra le centinaia di album che ascoltavo all’epoca (la maggior parte dei quali ascolto tuttora) semplicemente era quello appena uscito, senza contare poi che è un capolavoro.

E adesso?
Certo, le cose finiscono, le persone prima o poi smettono di esistere, ma quando se ne va un pezzo della tua gioventù non puoi fare a meno di sentirti triste.


giovedì 23 marzo 2017

Lacuna blu



Due flashback di cui il primo è molto lontano nel tempo, quindi avrò molte lacune, soprattutto perché ho volutamente dimenticato gran parte di quel viaggio. Che non si può neanche chiamare viaggio ma semplicemente vacanza.

- Malta, ? agosto 1995 -

Il viaggio La vacanza consisteva semplicemente nell’imbarcarsi sull’aereo insieme a un gruppo di amici maranza, farsi portare all’appartamento, e da quel momento per i successivi 7-8 giorni (o addirittura 10, non ricordo) vivere come vampiri assetati di alcool e timorosi della luce del sole, che in quel clima secco e torrido non era quasi mai interrotta dalle nuvole, men che meno dalla pioggia. A posteriori credo che mi sarei divertito di più a passare l’estate da solo al parco della Vernavola leggendo libri e ascoltando Black Sabbath e Tiamat, ma non giudicatemi per questo.

Le uniche due deviazioni a questa vita abbrutita sono state una visita a La Valletta (ma solo perché a un mio amico avevano rubato il portafoglio in spiaggia, con tutti i documenti, e quindi l’ho accompagnato all’ambasciata per fare la denuncia) e, appunto, la laguna blu di Comino, a cui siamo arrivati prendendo diversi autobus uno più sgarrupato dell’altro e infine un battello. Pazienza se lungo il tragitto siamo passati vicino a diversi templi megalitici ignorandoli beatamente (mia moglie archeologa me lo rinfaccia in continuazione, anche se all’epoca non ci conoscevamo ancora).

Di quella giornata alla laguna blu mi sono rimasti solo pochi flash in cui ovviamente non sono presenti né Brooke Shields né Milla Jovovich, ma solo il me stesso ventitreenne dell’epoca. L’ho nascosta bene, ma deve esserci ancora da qualche parte una foto di me alla laguna, secco come uno scheletro (non che adesso io sia diventato grasso, ma all’epoca pesavo 58kg), con i miei allora inseparabili occhiali da sole con lenti azzurre tonde che andavano di moda a metà degli anni novanta e probabilmente non filtravano in alcun modo i raggi UV. In un altro flash vedo due grossi scogli separati da una spaccatura. In un altro ancora c’è una numerosa famiglia apparentemente nordafricana che ha allestito un’enorme tenda sulla spiaggia. Ma a quel punto la scena si dissolve…

- Penisola di Reykjanes, 17 agosto 2008 -

…e inizia a fare freddo, molto freddo, perché nonostante siamo sempre in agosto, sono passati tredici anni e mi trovo una trentina di gradi più a nord: gli autobus qui portano quasi tutti il nome di Guðmundur Jónasson, ma in questo viaggio non ne abbiamo bisogno perché siamo a bordo di una Toyota Celica rossa (che ha visto giorni migliori, come dicevo qui) e dopo avere girato in lungo e in largo per otto giorni dormendo nei più avventurosi campeggi dell’Islanda, decidiamo di sfruttare quelle due ore che ci avanzano prima di tornare all’aeroporto per fare una piccola deviazione e visitare un’altra laguna blu. Questa è molto diversa dalla prima. L’acqua è sempre azzurra e calda, ma tutto intorno ci sono solo i vapori delle sorgenti termali e il muschio sulle rocce, nessun tipo da spiaggia molesto, nessun amico maranza, solo noi due, che da lì a quattro mesi saremmo diventati tre. 

C’è tempo solo per un breve giro esplorativo, qualche foto e la promessa di tornarci prima o poi, magari in inverno, perché deve essere bellissimo fare il bagno nell’acqua calda circondati da neve e ghiaccio. E infine ripartiamo per arrivare all’aeroporto e chiudere il cerchio (stavolta letteralmente, dato che abbiamo fatto tutto il giro dell’isola in senso antiorario) iniziando già a pensare al viaggio successivo e immaginare come sarebbe visitare il mondo con un bambino (cosa che stiamo tuttora immaginando otto anni dopo, dato che non siamo ancora riusciti a portarlo all’estero per via dei suoi limitatissimi gusti alimentari: la prossima estate ci proviamo però).

La laguna blu islandese: