Primo pomeriggio di un imprecisato giorno di autunno.
Attraverso sulle strisce una strada trafficata.
Una signora mi guarda dal marciapiede sull'altro lato e con lo sguardo e
l’espressione del suo volto sembra che mi dica: “Buona fortuna”. Frase che
portava una sfiga atomica quando ero studente, quindi dovrebbe portarmene
altrettanta adesso che… ho deciso di iniziare gli studi per la seconda laurea.
La decisione è arrivata impulsivamente, pochi giorni fa, davanti a un calice di
vino rosso (come per molti altri eventi importanti della mia vita) e un piatto di
pasta al pesto.
Ho parcheggiato lontano dalla sede universitaria,
ma sono arrivato con largo anticipo, stranamente. Sono felice e curioso di
ritrovare quasi tutti i miei vecchi compagni di corso che, come ho saputo oggi,
hanno preso la mia stessa decisione.
La sede del corso di laurea è in un palazzo a
vetri vagamente somigliante al Covent Garden di Bruxelles in cui ho da poco tenuto la
presentazione per Sinergy. Già, e il lavoro, come farò a
conciliarlo con lo studio? In qualche modo ci riuscirò, penso. Intanto però non
ho pensato a portarmi da scrivere e ho solo un quaderno degli appunti e per di
più in mano, neanche nello zaino. Lo zaino posso recuperarlo stasera in garage,
ripescherò l’Invicta blu e arancione semidistrutto, con disegnato a pennarello
il logo dei Motorpsycho, che ho smesso di usare nel 1997. Però devo comprarmi
almeno una biro per oggi. Fortunatamente all’interno del palazzo c’è un negozio
di cartoleria ben fornito. Troppo ben fornito. Centinaia di modelli di penne, e
non una di queste è blu o nera. Dopo avere perso diversi minuti, mi decido a
chiedere al commesso. Mia moglie (che è lì con me, anche se lei non si è
iscritta alla seconda laurea) mi guarda e non dice, ma di certo lo pensa, che
sono sempre il solito: piuttosto che chiedere aiuto, mi intestardisco e perdo
tempo. Il commesso mi mostra uno scaffale pieno di penne blu, che
inspiegabilmente non avevo visto fino a quel momento. Ne scelgo una, vado a
pagare. La cassiera ha in braccio un neonato. Le dico che anche noi abbiamo un
bambino, ma più grande.
L’interno del palazzo è enorme, labirintico,
esattamente come mi era sembrata la Nave (la sede della facoltà di ingegneria di Pavia, per
chi non lo sapesse, n.d.A.) venticinque
anni fa quando iniziai a frequentarla. So che l’aula si trova al settimo piano,
ma il problema è che gli ascensori sono molti e non portano a tutti i piani, e
per di più a volte scendono anziché salire o viceversa. Per andare da un piano
all’altro ci sarebbero anche le scale, ma i gradini sono strettissimi e
ripidissimi, salgono e scendono come in un dipinto di Escher, e in discesa mi
tocca farli dando le spalle al vuoto.
Finalmente trovo un ascensore che va al settimo
piano. Arriviamo a destinazione, si aprono le porte, e…
…suona la sveglia, e come ogni mattina infrasettimanale devo andare a
lavorare. Se da un lato sono contento di non dover rifare l’intero percorso di
esami e disagi vari, considerando anche che non sono più un ventenne (con tutto
ciò che ne consegue: famiglia, tempo libero, ecc.), dall’altro sarei
stato molto curioso di sapere il seguito della storia…
Le scale erano più o meno così (foto mia, a
Bruxelles)
