giovedì 1 dicembre 2016

Seconda laurea



Primo pomeriggio di un imprecisato giorno di autunno.

Attraverso sulle strisce una strada trafficata. Una signora mi guarda dal marciapiede sull'altro lato e con lo sguardo e l’espressione del suo volto sembra che mi dica: “Buona fortuna”. Frase che portava una sfiga atomica quando ero studente, quindi dovrebbe portarmene altrettanta adesso che… ho deciso di iniziare gli studi per la seconda laurea. La decisione è arrivata impulsivamente, pochi giorni fa, davanti a un calice di vino rosso (come per molti altri eventi importanti della mia vita) e un piatto di pasta al pesto.

Ho parcheggiato lontano dalla sede universitaria, ma sono arrivato con largo anticipo, stranamente. Sono felice e curioso di ritrovare quasi tutti i miei vecchi compagni di corso che, come ho saputo oggi, hanno preso la mia stessa decisione.

La sede del corso di laurea è in un palazzo a vetri vagamente somigliante al Covent Garden di Bruxelles in cui ho da poco tenuto la presentazione per Sinergy. Già, e il lavoro, come farò a conciliarlo con lo studio? In qualche modo ci riuscirò, penso. Intanto però non ho pensato a portarmi da scrivere e ho solo un quaderno degli appunti e per di più in mano, neanche nello zaino. Lo zaino posso recuperarlo stasera in garage, ripescherò l’Invicta blu e arancione semidistrutto, con disegnato a pennarello il logo dei Motorpsycho, che ho smesso di usare nel 1997. Però devo comprarmi almeno una biro per oggi. Fortunatamente all’interno del palazzo c’è un negozio di cartoleria ben fornito. Troppo ben fornito. Centinaia di modelli di penne, e non una di queste è blu o nera. Dopo avere perso diversi minuti, mi decido a chiedere al commesso. Mia moglie (che è lì con me, anche se lei non si è iscritta alla seconda laurea) mi guarda e non dice, ma di certo lo pensa, che sono sempre il solito: piuttosto che chiedere aiuto, mi intestardisco e perdo tempo. Il commesso mi mostra uno scaffale pieno di penne blu, che inspiegabilmente non avevo visto fino a quel momento. Ne scelgo una, vado a pagare. La cassiera ha in braccio un neonato. Le dico che anche noi abbiamo un bambino, ma più grande.

L’interno del palazzo è enorme, labirintico, esattamente come mi era sembrata la Nave (la sede della facoltà di ingegneria di Pavia, per chi non lo sapesse, n.d.A.) venticinque anni fa quando iniziai a frequentarla. So che l’aula si trova al settimo piano, ma il problema è che gli ascensori sono molti e non portano a tutti i piani, e per di più a volte scendono anziché salire o viceversa. Per andare da un piano all’altro ci sarebbero anche le scale, ma i gradini sono strettissimi e ripidissimi, salgono e scendono come in un dipinto di Escher, e in discesa mi tocca farli dando le spalle al vuoto.
Finalmente trovo un ascensore che va al settimo piano. Arriviamo a destinazione, si aprono le porte, e… 

suona la sveglia, e come ogni mattina infrasettimanale devo andare a lavorare. Se da un lato sono contento di non dover rifare l’intero percorso di esami e disagi vari, considerando anche che non sono più un ventenne (con tutto ciò che ne consegue: famiglia, tempo libero, ecc.), dall’altro sarei stato molto curioso di sapere il seguito della storia…
 
Le scale erano più o meno così (foto mia, a Bruxelles)

giovedì 10 novembre 2016

Wickipedia



Highlands settentrionali (ovvero dove le terre emerse stanno per finire, vedi qui), ore 19.30, 23 agosto 2016.

Trovato, finalmente.

Come sempre arriviamo all’ultimo momento, e come sempre mi chiedo se ciò sia dovuto a un’ottima pianificazione o a una totale assenza di pianificazione (oppure, più semplicemente, al fatto che quando siamo in viaggio vogliamo vedere tutto). Non male la distanza percorsa oggi pomeriggio, se considerate che tre ore fa stavamo ancora costeggiando il Loch Ness che si trova parecchio più a sud, e soprattutto se aggiungete che la maggior parte di questo tragitto è stata fatta in mezzo a nuvole così basse che si dovevano letteralmente attraversare, e ad un certo punto siamo addirittura stati fermati dalla polizia per far passare un trasporto eccezionale (dalla forma sembrava un pezzo di aereo) che procedeva in senso opposto. Nessun problema comunque, a parte che ci aspettavamo di vedere un paesaggio caratterizzato da distese di nulla a perdita d’occhio (scenario che ci piace molto, a dire il vero) e invece abbiamo incontrato il Nulla de La Storia Infinita, quello che inghiotte ogni cosa sul suo cammino. Domani, ma ancora non lo sappiamo, avremo modo di vedere il nulla-paesaggio in tutto il suo splendore.

Il gestore del campeggio, molto gentile (come del resto tutti gli scozzesi in generale) ci fa sistemare la tenda e ci dà una provvidenziale mappa della città di Wick (certo, oggi siamo a Wick, non l’avevo ancora detto). Per arrivare in centro dobbiamo uscire dal cancello secondario del campeggio, percorrere un sentiero lungo il fiume (che si chiama -indovinate un po’?- Wick River, ed è popolato da colonie di gabbiani), attraversarlo su un ponte pedonale e seguire il sentiero fino ad arrivare a un grande parcheggio. A quel punto ci siamo. Sembra difficile ma non lo è.

Nel frattempo le nuvole basse si stanno trasformando in pioggerellina, neanche tanto fastidiosa con addosso il k-way, e il sole è tramontato senza farsi vedere. Vicino al parcheggio noto un murales in stile Banksy, che fotografo (e che fino a ieri era la mia immagine profilo di FB). La città sembra deserta, ma dalle due-tre auto che passano deduciamo che siamo arrivati sulla strada principale.
Il gestore del campeggio ci aveva consigliato un ristorante italiano, ma noi -che all’estero evitiamo i ristoranti italiani come la peste- preferiamo rintanarci nel pub vicino, anche perché nel frattempo la pioggia è aumentata di intensità. Il pub… no, non si chiama anche lui Wick, bensì Alexander Bain (se siete curiosi di sapere chi fosse Alexander Bain, c’è una pagina di Wikipedia in inglese dedicata a lui) ed è un vero e proprio edificio dell’800 su più piani. 

L’interno è molto spazioso, probabilmente questo pub è in grado di ospitare tutta la popolazione locale. Al momento ci sono alcuni tavoli liberi e altri che si stanno liberando, anche perché sono quasi le nove di sera di un giorno qualsiasi della settimana, quindi ne occupiamo uno e ci prepariamo a ordinare l’ennesimo piatto di carne di questa vacanza (a casa non siamo abituati a mangiarne molta, e qui comunque la fanno bene, e se anche la facessero male sarebbe comunque meglio di come fanno la pasta). Io rimango fedele alla birra locale e lei decide di prendere un bicchiere di Merlot. Salvo poi scoprire che i bicchieri di vino qui non sono solo un assaggio, come in Italia, ma sono serviti in calici più grandi e più pieni (in sostanza vanno da 1/3 a mezza bottiglia a seconda dei casi). Intanto il maxischermo trasmette una partita dei preliminari di Champions League tra il Celtic e una squadra che al momento non riconosco (Hapoel Beer Sheva, come scoprirò più tardi). Immagino che la maggior parte dei clienti del pub faccia il tifo per il Celtic, che sta portando a casa la qualificazione con molta fatica. Nel frattempo arriva la grigliata (buona) e dopo avere finito birra e vino decidiamo di assaggiare uno dei whisky locali, che si chiama Old Pulteney ed è pure abbastanza famoso, ma noi essendo ancora ignoranti in tema di whisky non lo conoscevamo prima di arrivare qui.

Dunque, ho già detto che il calice di vino era molto grande, e il whisky come tutti sanno non è una cosa leggera. Se poi a tutto questo aggiungete che quasi a fine serata le dico la fatidica frase “Pensa se mentre torniamo al campeggio incontriamo il Bullsky!”, a quel punto iniziano le risate incontrollate. Per i non addetti al lavoro, il Bullsky è una creatura mitologica metà bulldog e metà husky di cui è stato avvistato un solo esemplare, a Londra nel lontano 2000. Qualcuno (=io) insinua che l’avvistamento è stato fatto dopo una discreta serie di birre, ma la diretta interessata smentisce. Io invece mi sento molto lucido, dato che la mia birra era leggera, così mi offro di fare da guida. E mentre riprendiamo il sentiero lungo il fiume Wick per tornare al campeggio tra il buio quasi totale, penso al racconto zen del giovane che beve ogni sera tre bicchieri di sakè e torna a casa sempre ubriaco. Una sera suo padre lo rimprovera e lui decide che da quel momento berrà meno alcool. La sera successiva suo padre, non vedendolo tornare, va a cercarlo e lo trova sulla riva del fiume, completamente inzuppato. Il figlio dice: “Mi hai detto di bere meno, e io ho ubbidito. Stasera ho bevuto solo due bicchieri di sakè invece di tre. Quando torno, di solito vedo tre ponti che attraversano il fiume e prendo quello di mezzo. Stasera ne ho visti solo due, ne ho preso uno a caso e sono caduto in acqua.”

Ma noi non siamo caduti in acqua, abbiamo incontrato solo un cane che però non sembrava un Bullsky, e siamo riusciti a ritrovare la nostra tenda.

Il giorno dopo pioviggina ancora, ma smette presto ed esce il sole. Ho bisogno di un asciugamano, perché stupidamente ho dimenticato il mio al campeggio precedente, che si trova a circa quattro ore di auto da qui. E senza bisogno di scomodare la Guida Galattica per Autostoppisti, avere un asciugamano è fondamentale quando si viaggia, così devo andare al supermercato a comprarne un altro. Ne trovo uno, azzurro come quello di prima, in apparenza molto confortevole, ma con un piccolo problema: perde così tanti pelucchi azzurri che alla prima doccia, dopo essermi asciugato, sembro un personaggio di Avatar. Stessa cosa alla seconda doccia, alla terza, alla quarta, e così via, tanto che una settimana dopo, il giorno della nostra partenza dalla Scozia, l’asciugamano verrà lasciato senza rimpianti nella camera del residence di Edimburgo.

Il ponte sul fiume Wick


Banksy-like

 Se fossi vissuto nel secolo XIX, io e Alexander Bain saremmo stati colleghi. (Non è vero, se fossi vissuto nel secolo XIX sarei stato un poveraccio senza nessuna possibilità di studiare.)

mercoledì 21 settembre 2016

(una sorta di) Saga delle Orcadi



Gills Bay, 24 agosto 2016

Siamo arrivati alla fine del mondo? No, solo alla fine della terraferma. Oltre ci sono solo le isole: da qui si vedono già le più vicine.
L’idea è troppo attraente, nonostante il costo relativamente esorbitante (per la breve durata) del traghetto. E così ci diciamo: “Quando mai torneremo da queste parti?” e senza bisogno di darci una risposta ci mettiamo in coda per salire sulla nave.

Sono le 19.30 ora locale quando il traghetto per le Orcadi, l’ultimo dei (solo) due giornalieri, salpa. In perfetto orario, fortunatamente, dato che la nostra tabella di marcia da qui alla fine della giornata non ci consente di perdere un solo minuto. Ma per il momento abbiamo un’ora in cui possiamo tranquillamente goderci il panorama della terraferma e delle isole al tramonto il vento gelido del Mare del Nord che ci taglia la faccia e ci fa tremare dal freddo nonostante il cielo sia quasi sereno.
Bello il tramonto però. E in un certo angolo del ponte in cui non si trova nessuno (perché sono tutti impegnati, chi a farsi i selfie, chi a fotografare le foche e le scogliere in lontananza con teleobiettivi che pesano e costano più della mia intera attrezzatura fotografica), in quell’angolo, dicevo, siamo riparati dal vento e riusciamo comunque a guardare il panorama.

Arriviamo a St. Margaret’s Hope in perfetto orario, alle 20.30, quando il sole è appena sceso dietro l’orizzonte. Da qui al campeggio, che si trova alla periferia di Kirkwall, abbiamo una trentina di chilometri che percorro alla mia massima velocità possibile, che non è poi molto alta considerando che:

  • Qui si guida a sinistra.
  •  L’autonoleggio ci ha dato un rottame che a 70km/h trema più della mia Fiesta quando vado a 130km/h e ha lo sterzo più duro di quello della Renault 11 che guidavo da neopatentato venticinque anni fa.
  • Le strade sono strette e mi stavo dimenticando un’altra volta di dire che sono piene di curve e saliscendi.
  • Ogni tanto per un nanosecondo tolgo gli occhi dalla strada e guardo il panorama, le nuvole passeggere, i relitti delle navi tedesche nella baia di Scapa, una scogliera in lontananza, e penso che vorrei fotografare tutto ma mi basterebbe anche solo farlo con lo sguardo.
  •  Soprattutto non vorrei fare danni.

Bene, secondo il navigatore (che siamo molto felici di avere portato: prometto che al mio ritorno in patria non lo insulterò più quando mi dirà di svoltare in una strada che non mi convince) siamo arrivati. Parcheggio fuori dal centro sportivo, che la sera fa da reception del campeggio, e ho la sensazione di essere arrivato appena in tempo, dato che sembra stia chiudendo proprio ora. Entro e mi faccio spiegare dove posso piantare la tenda.

Il campeggio è dietro il centro sportivo, imbucato in una via laterale, lo troviamo al secondo tentativo. Sono ormai quasi le dieci di sera, è buio completo, fa freddo, l’umidità è vicina al 100%, non abbiamo cenato. “Potrebbe andare peggio?” “Potrebbe piovere”. E comunque no, stasera non piove, e non va affatto male, perché siamo felici di essere qui.

Montata la tenda a tempo record, ci incamminiamo quasi correndo verso il centro di Kirkwall, nella speranza di trovare qualche pub con la cucina ancora aperta. (Togliete pure il “cucina ancora aperta”, ci basta trovare qualche pub.) Ad un certo punto ci si para davanti la cattedrale di St. Magnus, quindi siamo arrivati in pieno centro, ci sarà qualcosa di aperto. 

St. Magnus Cathedral, Earl Thorfinn Street… che bello, sembra di essere in una città norvegese. E infatti la bandiera delle Orcadi è praticamente identica a quella della Norvegia, salvo che lo spazio tra lo sfondo rosso e la croce blu è giallo anziché bianco. Ma ora basta divagare su bandiere ed eredità vichinghe, sono le dieci e mezza di sera e abbiamo fame e sete, e a questo punto siamo quasi certi che dovremo soddisfare sia la sete che la fame con la birra.

Ecco il nostro pub, imbucatissimo. Ci sono persone sia fuori che dentro il locale, sembra gente del posto, tutti molto vichinghi, l’insieme comunque ha un’apparenza molto tranquilla. A parte la musica, very, very loud.

“Ma a te dovrebbe piacere il metal!”, mi urla lei una volta entrati e seduti.
“Certo, ma non mi aspettavo di sentirlo qui!”, urlo in risposta.

Vado a ordinare due pinte e, giusto per tentare di riempire il buco nello stomaco (non ci riuscirò) mi faccio dare anche un sacchetto di patatine al formaggio. E intanto parte Forty-Six & 2 dei Tool e penso che non mi era mai capitato di ascoltare questa canzone fuori da casa mia o dal mio lettore MP3, e dovevo proprio finire qui, in un pub delle Orcadi alle undici di sera, per sentirla. La birra locale è buona, dopo ogni sorso sto meglio: mi sento come un monaco del Medioevo che, non potendo mangiare alcunché durante la Quaresima, beveva la birra autoprodotta nel monastero. Un monaco sui generis, che muove la testa a tempo con le canzoni dei Tool.


Il risveglio del giorno dopo è sotto un mare di nuvole, che poi si dissolveranno lentamente nell’arco della giornata. Il campeggio, alla luce del giorno, si rivela molto confortevole: peccato che dobbiamo già smontare la tenda, ne approfittiamo “solo” per fare una colazione decente, caricare le batterie della reflex, fare una doccia confortevole. Il programma di oggi prevede un viaggio all’indietro nel tempo fino a cinquemila anni fa, come si può vedere da alcune delle foto qui sotto. Compresi nell’offerta (anche se non volevamo) gli incontri con una numerosa comitiva di chiassosi connazionali (del nord, Lombardia e Veneto a giudicare dagli accenti) che ha monopolizzato tutti i ristoranti di Stromness e con un’altra numerosa comitiva di altrettanto chiassosi connazionali (stavolta del sud, per par condicio) che ha invaso la cattedrale di St. Magnus e le vie pedonali di Kirkwall.

Infine, come un nastro riascoltato al contrario: la corsa in auto verso St. Margaret’s Hope per imbarcarsi sul traghetto; le considerazioni sul fatto che comunque dovremo tornare qui prima o poi perché ci siamo persi diverse cose (Maes Howe, la distilleria Highland Park, la Italian Chapel costruita dai prigionieri di guerra); la traversata di ritorno ancora quasi al tramonto; i piedi di nuovo sulla terraferma; la ricerca di un altro campeggio e di un posto in cui cenare, stavolta trovati in tempo…

Tramonto dal traghetto

Cercando di spostare le Standing Stones of Stenness con la forza del pensiero

Ring of Brodgar

 Abitazione del villaggio neolitico di Skara Brae

L'hotel di Stromness non ci aiuta certo a rispondere alla domanda se siamo in Scozia o in Norvegia

Le vie di Stromness si dividono in due categorie: quelle troppo strette per le auto e quelle troppo strette per le persone grasse

la cattedrale di St. Magnus


mercoledì 7 settembre 2016

Fine del mondo



Nei nostri viaggi ci piace arrivare fino alla fine di una strada.

Era già capitato: Cabo Fisterra in Galizia, la città di Lüderitz in Namibia, Nordkapp in Norvegia, Finistère in Bretagna, i Fiordi Occidentali in Islanda. Luoghi che di “fine del mondo” hanno il nome, oppure semplicemente da cui una volta arrivati non si può che tornare indietro.

Quest’anno ci è successo più o meno tre volte.


- John O’ Groats, 24 agosto 2016, ore 14

Il cielo è sereno ma anche molto ingannevole, dato che fuori dal caldo confortevole della nostra –per il resto- poco confortevole auto a noleggio (una Toyota Aygo) la temperatura è di 12 gradi e il vento la fa sembrare ancora più bassa.

Oggi stranamente non abbiamo fretta. Abbiamo appena prenotato il traghetto per le Orcadi, che partirà da Gills Bay, poco lontano da qui, tra cinque ore. Quindi abbiamo ben cinque ore da trascorrere tra qui e Dunnet Head. Ma se è Dunnet Head la vera estremità nord dell’isola britannica, qui a John O’ Groats è pieno di cartelli che indicano la fine della terra, il punto di arrivo di ogni viaggio. Un po’ come Nordkapp che si vanta di essere Capo Nord, quando il vero punto più a nord del continente europeo è Knivskjellodden che da lì si trova a pochi chilometri di distanza.

C’è tempo per un (pranzo? merenda?) a base di salmone alle tre del pomeriggio, una visita al negozio di souvenir, da cui usciamo provvisti di sciarpe di lana che ci saranno molto utili per il resto del viaggio, e qualche foto alla scultura che simboleggia la forza delle correnti marine, molto amata dai bambini (e non solo) che si arrampicano fino a dove riescono e poi si lasciano scivolare all’indietro.

Ci lasciamo scivolare indietro anche noi, lungo la strada da cui siamo venuti.


- Neist Point, isola di Skye, 27 agosto 2016, ore 18

“La lunga strada per arrivare qui”, come recita la Lonely Planet, è in realtà piuttosto breve, una trentina di chilometri dal più vicino centro abitato. Ma c’è un problema. E’ tutta a una sola corsia, con “passing places” ogni tanto per fare spazio ai veicoli che ci vengono incontro. Ah, e stavo quasi dimenticando di dire che la strada è piena di curve e pendenze random di ±20%, oltre ad essere molto dissestata. Già il fatto di essere arrivati fin qui è stata un’impresa, riusciremo a tornare indietro senza fare danni?

Dal parcheggio che si trova alla fine dell’asfalto parte un sentiero, in fondo al quale dovrebbe esserci un faro che ancora non si vede. E’ proprio una foto di questo faro, vista su internet (su 500px), che mi ha fatto venire voglia di visitare l’isola di Skye e più in generale la Scozia. Di certo ne varrà la pena, penso mentre scendo lungo il sentiero con pendenza vertiginosa e poi inizio a risalire verso il promontorio. Alla fine della salita c’è una curva, e alla fine della curva ecco il faro, controluce e con un cielo insolitamente opaco per essere in Scozia (dunque la mia foto verrà molto peggio di quella che ho visto su internet, ma la vista dal vivo vale ampiamente il viaggio) e così grande da sembrare una fortezza. E apparentemente ben curato. Solo apparentemente, però. Man mano che ci avviciniamo cogliamo i segni del degrado. Ruggine. Vernice scrostata. Cancelli aperti. Bottiglie vuote. Devastazione. Solo la parte di edificio contenente il faro vero e proprio è ben tenuta. 

In una delle costruzioni ci sono dei letti e una mini cucina, da cui deduciamo che fino a qualche anno fa il faro veniva usato per ospitare turisti. Pensiamo entrambi che ci piacerebbe chiedere di riadattarlo come bed & breakfast e gestirlo (con l’unico problema, non trascurabile, che dovremmo fare tutti i giorni ore di auto su quella terribile strada per portare nostro figlio alla scuola elementare più vicina, non parliamo poi di quando farà le medie e le superiori).

Qui davvero finisce il mondo. Anzi, a giudicare dallo stato di rovina, è già finito.

  
- Edimburgo, 30 agosto 2016, ore 10


Com'era vivere in una città dotata di mura fino a 3-4 secoli fa? In un certo senso, le mura erano la fine del mondo. Del tuo mondo. Oltre le mura per molti cittadini comuni non esisteva niente, solo terra incognita. Non ci avevo mai pensato, prima di leggere la targa fuori dal pub “World’s End” (che infatti si trova nel punto in cui una volta c’erano le mura: proviamo a immaginarcelo metà dentro e metà fuori dalla città, un luogo di transizione insomma).

Salendo lungo il Royal Mile i palazzi si fanno sempre più alti e i vicoli laterali sempre più stretti, ma qualche secolo fa erano ancora più alti, dieci piani e oltre, come ci spiegherà tra poco la guida (dieci piani di altezza max. 2 metri ciascuno, a dire il vero, quindi l’altezza totale era più o meno come adesso). Da come si sviluppò in altezza per mancanza di spazio in orizzontale, Edimburgo poteva essere definita la Manhattan del medioevo, una Manhattan sporca e puzzolente però, date le condizioni igieniche dell’epoca (adesso è bellissima, visitatela se potete).

Al giorno d’oggi ci vuole molta immaginazione per considerare l’angolo del World’s End come la fine del mondo, dato che si può liberamente andare avanti, indietro, a destra e sinistra senza che nessuna guardia di porta ce lo impedisca. Per noi questa è solo la fine del viaggio. Ma torneremo, promesso.

R.E.M. - It's The End Of The World 

John O' Groats

 La scultura "Nomadic Boulders"

In questa e nelle immagini seguenti, il faro di Neist Point

 






The World's End, Edinburgh

Le priorità della vita :)