Nei nostri viaggi
ci piace arrivare fino alla fine di una strada.
Era già capitato:
Cabo Fisterra in Galizia, la città di Lüderitz in Namibia, Nordkapp in
Norvegia, Finistère in Bretagna, i Fiordi Occidentali in Islanda. Luoghi che di
“fine del mondo” hanno il nome, oppure semplicemente da cui una volta arrivati
non si può che tornare indietro.
Quest’anno ci è
successo più o meno tre volte.
- John O’ Groats,
24 agosto 2016, ore 14
Il cielo è sereno
ma anche molto ingannevole, dato che fuori dal caldo confortevole della nostra –per
il resto- poco confortevole auto a noleggio (una Toyota Aygo) la temperatura è
di 12 gradi e il vento la fa sembrare ancora più bassa.
Oggi stranamente
non abbiamo fretta. Abbiamo appena prenotato il traghetto per le Orcadi, che
partirà da Gills Bay, poco lontano da qui, tra cinque ore. Quindi abbiamo ben
cinque ore da trascorrere tra qui e Dunnet Head. Ma se è Dunnet Head la vera
estremità nord dell’isola britannica, qui a John O’ Groats è pieno di cartelli
che indicano la fine della terra, il punto di arrivo di ogni viaggio. Un po’
come Nordkapp che si vanta di essere Capo Nord, quando il vero punto più a nord
del continente europeo è Knivskjellodden che da lì si trova a pochi chilometri di
distanza.
C’è tempo per un
(pranzo? merenda?) a base di salmone alle tre del pomeriggio, una visita al
negozio di souvenir, da cui usciamo provvisti di sciarpe di lana che ci saranno
molto utili per il resto del viaggio, e qualche foto alla scultura che
simboleggia la forza delle correnti marine, molto amata dai bambini (e non solo) che si
arrampicano fino a dove riescono e poi si lasciano scivolare all’indietro.
Ci lasciamo
scivolare indietro anche noi, lungo la strada da cui siamo venuti.
- Neist Point, isola
di Skye, 27 agosto 2016, ore 18
“La lunga strada
per arrivare qui”, come recita la Lonely Planet, è in realtà piuttosto breve,
una trentina di chilometri dal più vicino centro abitato. Ma c’è un problema.
E’ tutta a una sola corsia, con “passing places” ogni tanto per fare spazio ai
veicoli che ci vengono incontro. Ah, e stavo quasi dimenticando di dire che la
strada è piena di curve e pendenze random di ±20%, oltre ad essere molto
dissestata. Già il fatto di essere arrivati fin qui è stata un’impresa,
riusciremo a tornare indietro senza fare danni?
Dal parcheggio
che si trova alla fine dell’asfalto parte un sentiero, in fondo al quale
dovrebbe esserci un faro che ancora non si vede. E’ proprio una foto di questo
faro, vista su internet (su 500px), che mi ha fatto venire voglia di visitare
l’isola di Skye e più in generale la Scozia. Di certo ne varrà la pena, penso
mentre scendo lungo il sentiero con pendenza vertiginosa e poi inizio a
risalire verso il promontorio. Alla fine della salita c’è una curva, e alla
fine della curva ecco il faro, controluce e con un cielo insolitamente opaco
per essere in Scozia (dunque la mia foto verrà molto peggio di quella che ho
visto su internet, ma la vista dal vivo vale ampiamente il viaggio) e così grande da sembrare una fortezza. E apparentemente ben
curato. Solo apparentemente, però. Man mano che ci avviciniamo cogliamo i segni
del degrado. Ruggine. Vernice scrostata. Cancelli aperti. Bottiglie vuote.
Devastazione. Solo la parte di edificio contenente il faro vero e proprio è ben
tenuta.
In una delle
costruzioni ci sono dei letti e una mini cucina, da cui deduciamo che fino a
qualche anno fa il faro veniva usato per ospitare turisti. Pensiamo entrambi che ci piacerebbe chiedere di riadattarlo come bed & breakfast e gestirlo (con
l’unico problema, non trascurabile, che dovremmo fare tutti i giorni ∞ ore di auto su quella
terribile strada per portare nostro figlio alla scuola elementare più vicina,
non parliamo poi di quando farà le medie e le superiori).
Qui davvero finisce
il mondo. Anzi, a giudicare dallo stato di rovina, è già finito.
- Edimburgo, 30 agosto
2016, ore 10
Com'era vivere in una città dotata di mura fino a 3-4 secoli fa? In un certo
senso, le mura erano la fine del mondo. Del tuo mondo. Oltre le mura per molti
cittadini comuni non esisteva niente, solo terra incognita. Non ci avevo mai
pensato, prima di leggere la targa fuori dal pub “World’s End” (che infatti si
trova nel punto in cui una volta c’erano le mura: proviamo a immaginarcelo metà
dentro e metà fuori dalla città, un luogo di transizione insomma).
Salendo lungo il
Royal Mile i palazzi si fanno sempre più alti e i vicoli laterali sempre più
stretti, ma qualche secolo fa erano ancora più alti, dieci piani e oltre, come
ci spiegherà tra poco la guida (dieci piani di altezza max. 2 metri ciascuno, a
dire il vero, quindi l’altezza totale era più o meno come adesso). Da come si
sviluppò in altezza per mancanza di spazio in orizzontale, Edimburgo poteva
essere definita la Manhattan del medioevo, una Manhattan sporca e puzzolente
però, date le condizioni igieniche dell’epoca (adesso è bellissima, visitatela
se potete).
Al giorno d’oggi
ci vuole molta immaginazione per considerare l’angolo del World’s End come la
fine del mondo, dato che si può liberamente andare avanti, indietro, a destra e
sinistra senza che nessuna guardia di porta ce lo impedisca. Per noi questa è
solo la fine del viaggio. Ma torneremo, promesso.
R.E.M. - It's The End Of The World
R.E.M. - It's The End Of The World
John O' Groats
La scultura "Nomadic Boulders"
The World's End, Edinburgh

Nessun commento:
Posta un commento