giovedì 28 gennaio 2016

Sì, mangiare...



Non so dove andare la prossima estate.

Che poi è l’equivalente del “Non so cosa mettermi per uscire” di una donna che guarda le migliaia di vestiti presenti nel suo armadio, in centinaia di tonalità di colore (tonalità di cui un uomo mediamente ne percepisce 12, i più sensibili forse arrivano a 24).

Mi sta venendo la pazza idea di tornare, dopo soli due anni, in Thailandia, magari facendo tappa in Myanmar o in Cambogia.
Anche solo per mangiare.

Da bambino di certo sarei morto di fame in Thailandia, due anni fa invece ho pensato che morire di fame in un posto così pieno di delizie alimentari sarebbe impossibile.
Una volta facevo impazzire i miei genitori per il mio rapporto conflittuale con il cibo (nel senso che non volevo assaggiare niente, cosa che adesso fa mio figlio: questo è il karma!). Con il tempo, e molto probabilmente anche grazie ai viaggi, sono diventato quasi onnivoro. Dico quasi perché ad esempio non avrei mangiato la testa di pecora o lo squalo putrefatto quando sono stato in Islanda nel 2008 (per fortuna nessuno ce li ha offerti, quindi il problema non si è posto).

Non dovrei alimentare questa idea sfogliando le foto, ma lo faccio. E mi viene ancora più voglia di tornare…













La frutta. D’accordo, nell’era della globalizzazione il dragon fruit e il rambutan si possono trovare anche in un negozio ortofrutticolo di Sondrio, però se consumati nei luoghi di origine hanno tutto un altro sapore. Senza contare che il prezzo da noi in Euro è lo stesso che si paga sul posto in Baht (per la cronaca il Baht vale circa quaranta volte meno dell'Euro).

























Le banane sono più piccole di quelle che si trovano vengono importate in Europa. Non facciamo della facile ironia su questo…


















Il durian. La scorsa volta non ho avuto il coraggio l’occasione di mangiarlo, ma dopo due settimane di caldo umido e di sudore le nostre t-shirt avevano lo stesso odore del frutto nonostante le avessimo lavate ripetutamente durante il viaggio.


















Non ho mangiato neanche gli insetti, ma chi li ha assaggiati dice che è come mangiare la pelle del pollo al forno.


















Questi credo di averli mangiati in diverse zuppe. La visita al mercato è stata solo per fotografare, dato che sarebbe stato poco pratico comprarsi un pesce secco da stivare in valigia e portare a casa (già ho parlato della puzza di durian sulle t-shirt, se aggiungiamo quella di pesce otteniamo un’arma batteriologica letale).


















Questa immagine mi fa venire voglia di nutrirmi di zuppe di vegetali per il resto della mia vita. Piccanti, come si intravede dal vassoio in alto a sinistra.

Interrompo l’operazione nostalgia appena in tempo. Adesso però, giusto per curiosità, vado a vedere se ci sono già offerte di volo economiche per Chiang Mai per il mese di agosto.

martedì 12 gennaio 2016

Interzone



Autostrada A7 in direzione sud. Paesaggio padano piatto, con pochi alberi in lontananza che scorrono lentamente lungo l’orizzonte, la nebbia oggi sembra essersi presa una vacanza.
“Solo io potevo fare un viaggio di 130km per fotografare un cimitero”, penso.

Senza perdere di vista la strada, do una rapida occhiata al sedile del passeggero. La borsa con la reflex è lì.
“Solo io potevo fare un viaggio di 130km, da solo, per fotografare un cimitero”, penso.

E’ il 30 dicembre.
“Solo io potevo fare un viaggio di 130km, da solo, il giorno prima di capodanno, per fotografare un cimitero”, penso.

“This is the way, step inside”
Dall’autoradio partono le note lancinanti di Atrocity Exhibition, erano anni che non la sentivo.
“Solo io potevo fare un viaggio di 130km, da solo, il penultimo giorno dell’anno, per fotografare un cimitero, ascoltando i Joy Division per tutto il tragitto”, penso.

Il paesaggio cambia, si ingrigisce, arrivano nuvole basse e piovigginose, le prime curve, le salite, qualche galleria, poi le discese. Niente di tutto questo mi infastidisce, anzi penso che abitare in questa zona è forse peggio che fare un viaggio di 130km, da solo, il penultimo giorno dell’anno, per fotografare un cimitero, ascoltando i Joy Division per tutto il tragitto.

“I walked through the city limits,
(Someone talked me in to do it)
Attracted by some force within it,
(Had to close my eyes to get close to it)”
Sono quasi arrivato quando spunta di nuovo il sole. Esco dall’autostrada ed entro in città cercando di non perdermi. Spero che nessuno al casello o ai semafori mi abbia sentito cantare con voce stonata Interzone, facendo entrambe le voci e anche la batteria e la chitarra. Concludo che il mio umore, tutto sommato, non ha risentito minimamente delle condizioni di viaggio di cui sopra.

“And I was looking for a friend of mine.
(And I had no time to waste)”
Trovo per puro caso un parcheggio di fortuna su un marciapiede largo un metro, cosa del tutto normale a Genova.
Prima di uscire dall’auto bevo l’acqua dalla bottiglietta di plastica, facendomi la doccia mentre la apro. E non era nemmeno frizzante.

Una volta entrato nel cimitero, tiro fuori la reflex e cerco di orientarmi.
(devo essere stato molto credibile, dato che prima due italiani e poi una famiglia francese mi hanno chiesto indicazioni su cosa vedere.)

“No time to lose, had to keep on going,
(I guessed they died some time ago)”
Dopo oltre tre ore concludo che è meglio tornare nel mondo dei vivi prima che sia troppo tardi. Il viaggio fila via liscio senza rallentamenti. Il tramonto rosso che vedo dal finestrino quando sono ormai arrivato a casa mi rassicura definitivamente. Sì, ho fatto bene a fare un viaggio di 130km (moltiplicato per due), da solo, il penultimo giorno dell’anno, per fotografare un cimitero.
























Altre foto sono a questo link.