giovedì 30 aprile 2015

"E non cessa di girare / La mia testa in mezzo al mare"



28 aprile 2015.
Kardinal Mercierlaan, Heverlee (Belgio), poco prima di mezzanotte.

Adesso sono davvero stanco.

La testa sta riprendendo a girare.

E questa strada sembra infinita…

Accelero sempre più il passo.

L’unico rumore che sento, a parte ogni tanto qualche piccolo gruppo di studenti in bici, è il mio respiro affannoso, che però non si trasforma in nuvolette di vapore perché l’aria è molto secca, pur essendo fredda.
Lo scenario intorno a me non cambia mai. Pista ciclabile alla mia sinistra. Muro di mattoni a destra. Dietro al muro si intravedono le sagome di alberi altissimi. Mi chiedo come sarebbe dormire in mezzo a quegli alberi, ma il pensiero del comodo letto del Lodge a qualche centinaio di metri da qui scaccia ogni dubbio.
Mi chiedo anche come sarebbe fare l’università qui, probabilmente una bella esperienza, ma io ho già dato altrove e in un altro millennio. 

La mia testa gira esattamente da stamattina alle 3.45. Venti ore esatte. Sono sveglio da venti ore, quindi. Evviva.
Non ha smesso di girare in aereo, e nemmeno durante le presentazioni di stamattina e oggi pomeriggio, a cui comunque ho cercato di stare più attento che potevo. Ha smesso di girare solo a cena dopo una bottiglia di Chimay.

(flashback)

Lo scorso millennio (agosto 1997 per la precisione), tarda serata. Un me stesso appena laureato a cui gira parecchio la testa, pur essendo in quel momento perfettamente sobrio, vaga apparentemente senza meta per le strade di Oslo con i suoi quattro compagni di viaggio.

Da ogni pub, bar e locale a cui ci avvicinavamo usciva musica degli U2. Gli U2 erano, per inciso, anche gli unici responsabili del fatto che non eravamo riusciti a trovare un posto per dormire in città (avevano un concerto lì proprio quella sera). Ma alla fine -fuck it- decidemmo di entrare in un bar a caso e ordinare una costosissima birra norvegese a testa. Del resto era l’ultima sera del viaggio, dovevamo festeggiare.

Anche quel giorno la mia testa girava.

Anche quel giorno ero sveglio da parecchie ore, dopo la traversata dalle Lofoten alla terraferma con il mare mosso e il viaggio di ritorno di 900 chilometri in auto lungo la E6. Di quel tragitto ricordo solo alcuni flash, come quando abbiamo attraversato il Circolo Polare Artico di notte con in sottofondo “Riders on the Storm”, oppure quando abbiamo iniziato a notare una strana condensa che si formava sull’involucro in cui era racchiuso lo stoccafisso chiamato Bjarne. (di cui forse parlerò in un’altra storia)

Dopo la birra norvegese la mia testa smise di girare.

Il giorno dopo sarei tornato a casa in aereo.

(fine flashback)

Come stavolta.

Avevo fatto scalo a Bruxelles, tra l’altro. Stavolta parto da lì.

La mia personale teoria è che, quando si è molto stanchi, la testa inizia a girare. (in effetti, più che una teoria, è un dato di fatto).

Anche quando si assume una certa quantità di alcool, la testa inizia a girare, ma in senso contrario.

Il trucco è smettere di bere quando la testa smette di girare.


 Se fossimo in un gioco di ruolo, bere da questa fontana darebbe un punto in più di saggezza (ma non siamo in un gioco di ruolo, e in ogni caso la fontana è al momento spenta) - da Flickr

lunedì 20 aprile 2015

Di blatte e ristoranti che non sembrano ristoranti (Wanderlust - parte II)



Chiang Mai, 8 agosto 2014, ore 22.30

Camminiamo lungo una strada semideserta fuori dal quadrilatero del centro storico. Gli unici esseri viventi che incontriamo sono cani randagi, topi e blatte. In particolare blatte. Sono marroni, si muovono ad una velocità impressionante e hanno la bizzarra e inquietante abitudine di spostarsi VERSO di te quando ti avvicini, anziché allontanarsi come di solito fanno gli insetti. Le prime due o tre volte ho fatto istintivamente un salto all’indietro, poi mi sono abituato.

Ricevo un sms dall’Italia che parla di stipendi. Buona notizia, ma la accolgo con un “uhm” indifferente perché è assolutamente fuori luogo in questa circostanza. Metto via la tecnologia e continuo a guardare in basso cercando di schivare le blatte, dato che l’eventualità di schiacciarne una (per quanto le blatte di Chiang Mai mi sembrino sufficientemente intelligenti da non farsi schiacciare da un farang qualsiasi come me) mi rovinerebbe di certo la cena che devo ancora fare. Senza contare che, in un paese di religione buddista come quello in cui ci troviamo, una blatta potrebbe essere la reincarnazione di qualche essere umano, quindi schiacciandola mi sentirei un assassino senz’anima (anche se, immagino, quando uno si reincarna in una blatta vuol dire che nella sua vita precedente non è stato proprio un modello di virtù). E se fosse che chi schiaccia una blatta è destinato a reincarnarsi in una blatta? Tutto mi porta a decidere che nessuna di esse stasera morirà per mano mia piede mio.

Tanto per restare in tema, la nostra destinazione di stasera si chiama blatta-place.
E’ un ristorante. Più o meno.
Ufficialmente non ha un nome (o meglio, so per certo che non ha un nome occidentale, ci sono solo delle scritte thai di cui ignoro il significato).

L’appuntamento è alle 23. Abbiamo tempo di girare ancora un po’ per le due strade principali del quartiere e familiarizzare con le blatte. Non sappiamo ancora che, il giorno dopo, queste stesse strade deserte si trasformeranno nel Saturday Night Market e saranno così affollate di gente che ci si potrà spostare solo per osmosi.

Ad un certo punto, qualche minuto prima dell’ora prestabilita, pensiamo di essere arrivati.
      - E’ qui, dice V.

      - Ma questo non è un ristorante, dico io.

      - Ma non capisci, è bellissimo!

      - (io: faccia perplessa)

      - (lei: faccia imbronciata)

Fatto sta che, dopo circa dieci minuti, siamo seduti ad un tavolo del blatta-place con una birra Leo in mano e un menù scolorito scritto quasi completamente in thai. Sfoglio le pagine guardando le figure e inizio lentamente a convincermi di essere davvero in un ristorante. 

(Tanto so che ordinerò del khao soi, lo assaggerò, aggiungerò del peperoncino extra perché all’inizio non mi sembrerà abbastanza piccante, e finirò il piatto con le lacrime agli occhi leccandomi i baffi. Poi ordinerò un’insalata di papaya pensando che sia un piatto dolce, e la finirò sempre con le lacrime agli occhi leccandomi i baffi.)

E dopo circa un’ora usciamo dal blatta-place, soddisfatti come se avessimo appena fatto la migliore cena della nostra vita. Come punizione per il mio scetticismo, faccio a piedi il viaggio di ritorno verso il quadrilatero del centro storico, mentre V. si fa accompagnare da M. in scooter. Cammino veloce e sicuro evitando le blatte e passando molto vicino a due cani randagi più minacciosi del solito. Le persone che si sono reincarnate nelle blatte vegliano su di me e convincono telepaticamente i due cani a non inseguirmi.

In meno di venti minuti rientro nel quadrilatero e ritrovo il resto della compagnia. Da lì la strada è breve fino a casa (la nostra casa per questa settimana).

Sulle pareti esterne del residence-casa, ogni notte troviamo dei piccoli gechi dall’aspetto rassicurante.

Domani ci aspettano altri posti da visitare, altri templi, altri mercati, altri più-o-meno-ristoranti, altre blatte.

‘Notte.

Sonno.

(continua)

Il blatta-place da Google Street View. Di notte ha un aspetto peggiore, credetemi ;)

 Le mie foto da Chiang Mai: qui e qui

lunedì 13 aprile 2015

Reinventing Hel



Dicembre 1999

  E’ notte e fuori si sente rumore di pioggia.

Dentro la stanza, le note di The Day The World Went Away dei Nine Inch Nails.

Il letto su cui stiamo facendo l’amore è freddo e umido e ha le lenzuola di velluto nero. Tutt’intorno si trovano delle candele che emanano una luce pallida, l’unica illuminazione presente nella stanza: alcune sono gialle, altre rosse. Sono disposte in modo da formare la sagoma di una porta intorno al letto. L’arco di questa porta immaginaria si trova dietro la mia testa. Nient’altro si riesce a vedere della stanza, neanche le finestre.

Hel (non so se sia il suo vero nome o un nickname o un’abbreviazione) si trova sopra di me e guarda verso il basso. Non si capisce se sia felice o triste, dato che i lunghi capelli neri le nascondono il volto.

Entrambe le cose, credo. Una strana combinazione di tristezza e felicità, di decadimento e rinascita.

Ma non dice una parola.

Fuori piove talmente forte che l’acqua è riuscita ad aprirsi un varco tra le crepe nel tetto. Prima gocce, poi rivoli, infine torrenti si riversano su di noi, sul letto, sulle candele, che miracolosamente resistono per un certo tempo prima di spegnersi.

Poi è buio totale.

Quando il tetto crolla definitivamente, un fiume di pioggia mi spazza via. Lontano dal letto, dalle lenzuola di lucido velluto nero, lontano da Hel, mi porta con la corrente: giù dalle scale, fuori dalla porta, lungo la strada diventata ormai un canale in piena. Le fioche luci della città, invece di guidarmi, mi disorientano sempre più, finché non perdo i sensi.

La corrente mi spinge contro una porta di legno, dove mi fermo. Batto la testa contro la porta e il colpo mi risveglia.

Mi alzo in piedi. Mi rendo conto di essere in perfette condizioni, nonostante tutto il trambusto.

Sorrido.

Dopotutto l’acqua si è rivelata meno fredda di quanto pensassi.

Ma subito il sorriso si spegne, al pensiero di ciò che mi attende dietro la porta: l’incognito.

Però so che devo aprirla. Non posso andare da nessun’altra parte.

Noto un’etichetta adesiva sulla porta. L’etichetta, rovinata dalla pioggia, si sta staccando dalla sua sede. Il nome scritto in pennarello, azzurro colante su bianco, si legge a fatica, dato che è quasi del tutto scolorito:

BALDER

Dopo pochi secondi l’etichetta si stacca dalla porta e inizia a viaggiare nella corrente, come ho fatto io prima di fermarmi qui davanti.

Subito dopo, quasi senza accorgermi di nulla, sono già entrato nell’edificio e ho chiuso l’uscio dietro di me.

Sono dentro. Già, ma dove?

Faccio due passi nel buio più completo.

Al terzo mi manca il pavimento sotto i piedi.

Inizio a precipitare.

Il volo è così lungo e lento che dopo un po’ non capisco più in che direzione sto cadendo.

Alla fine atterro lentamente e dolcemente, di schiena, su qualcosa di morbido.

E’ un altro letto.
Ripreso il controllo di me stesso e dei miei movimenti, allungo istintivamente il braccio destro verso una sporgenza a lato del letto.
Vi trovo appoggiato un orologio, e ciò non mi sorprende per nulla, anzi mi rassicura definitivamente.
Premo il pulsante in alto a destra e il quadrante si illumina di verde.
E’ l’una e diciassette.
E questo è il mio letto.
Buonanotte a tutti. Sogni d’oro.


Aprile 2009

   Tardo pomeriggio. Una gelida brezza artica soffia sulle strade di Helsinki, sulla mia faccia già abituata alla mite primavera italiana e sulle punte delle dita lasciate scoperte per manipolare la mia reflex. Il cielo è a tratti sereno, a tratti di un grigio inespressivo, perennemente in modalità “potrebbe piovere” (ma con questa temperatura potrebbe anche nevicare).
Sono a caccia di immagini, come succede ogni volta che mi trovo in una città che non ho mai visto prima.
La strada che sto percorrendo si chiama Aleksanterinkatu. Sulla sinistra vedo l’imponente cattedrale luterana, affacciata su un’enorme piazza. La statua dello zar Alessandro II, su un lato della piazza, in questo momento svolge la funzione di trespolo (e probabilmente anche quella di cesso pubblico) per un gabbiano. Merita uno scatto, anzi due.
Proseguo. E mi fermo davanti a una porta. Sopra la porta c’è scritto…
BALDER.
Tutto maiuscolo, in azzurro su bianco.
Il sogno di quasi dieci anni fa con Hel, la stanza a lume di candela, il letto, la pioggia, l’inondazione. Ad un certo punto nel sogno fui trasportato dalla corrente fino ad una porta con la scritta “BALDER” in azzurro su bianco.
HELsinki. La scritta BALDER in azzurro su bianco.
Mentre metà del mio cervello prova ad elaborare una spiegazione e l’altra metà riflette sulla coincidenza, inizio a rabbrividire, e non per il freddo.
Ma so che non posso restare qui, e nemmeno entrare nell’edificio, quindi lascio che la corrente mi porti via, lontano da qui, verso altre mete a cui mi guida una più o meno vaga ispirazione…



Aprile 2015 (spoiler alert)

   Secondo internet, l’edificio Balder a Helsinki è un teatro/sala da ballo:


Alessandro II e il suo gabbiano (la foto è mia - via Google+)



martedì 7 aprile 2015

Svuota la cache!



Totalmente ispirato da questo post.

Leggevo e ogni tanto mi cadeva la mandibola. E continuavo a ripetere tra me e me, come uno scemo: “Sono anch’io così”.

Non tanto per il fatto che qualcuno mi dia del lei, ormai è la prassi: già a 25 anni qualcuno mi dava del lei, forse perché per colpa dei miei capelli iniziavo a sembrare Fabrizio Ravanelli (forse esagero: quelli di Ravanelli erano molto più bianchi), e adesso che ne ho 43, quando un estraneo mi dà del tu è un evento da segnare sul diario.
(L’ultima volta è successo nel parcheggio sotto casa: una ragazza mi ha chiesto da accendere e le ho risposto che mi spiace ma non fumo. Era buio e indossavo una felpa con il cappuccio, in sostanza avevo l’aspetto di un ninja senza età).

…quanto per il passare del tempo.

Penso a fatti successi ad esempio nel 2007 o nel 2008 come se fossero accaduti ieri (tipo che ho appena comprato la reflex digitale o sono appena tornato dal viaggio in Islanda (con ancora annessa la sensazione di freddo)) e nel frattempo mio figlio, che all’epoca non era ancora nato, va per i sei anni e mezzo.

O peggio ancora, sfogliando una raccolta di storie di Topolino del 1979 appena comprata per mio figlio, mi imbatto in “Topolino e l’enigma di Mu”, di cui ricordo di avere letto solo la prima parte all’età di sette anni, in quanto mi mancava il numero di Topolino in cui si trovava la seconda parte. E lo scorso weekend, dopo trentasei anni, ho finalmente chiuso il cerchio leggendo anche la seconda parte, sotto  lo sguardo attento e incoraggiante di mio figlio.

In sostanza, mi ricordo di una storia di Topolino che ho letto trentasei anni fa e non riesco a farmi venire in mente che cosa ho fatto venerdì scorso al lavoro.

Ricordo con che automobilina ho vinto il Gran Premio di Formula 1 disputato un’estate dei primissimi anni ’80 nel cortile di casa mia su una pista disegnata con un frammento di mattone rosso, e sono costretto a farmi i promemoria per ricordarmi di andare a buttare la spazzatura (altrimenti arriva Er Monnezza).

Ricordo come si chiamano TUTTI gli omini di Lego che avevo da piccolo (tra set City e Space, mio fratello e io ne avevamo una cinquantina e abbiamo dato un nome a ciascuno di loro), e non riesco a memorizzare nemmeno per un nanosecondo il nome della persona a cui ho appena stretto la mano.

La memoria è piena. Devo svuotare la cache.

Ma non è facile, soprattutto per un accumulatore seriale come me.

“Questo mi potrebbe ancora servire” e finisco per tenere tutto, compresa soprattutto la fuffa.

Se a tutto ciò aggiungete quella riserva semi-vergine e pressoché inesauribile di fuffa chiamata Internet…

 

 Dal viaggio in Islanda che ho fatto l'altro ieri quasi sette anni fa. Faceva davvero freddo.