lunedì 13 aprile 2015

Reinventing Hel



Dicembre 1999

  E’ notte e fuori si sente rumore di pioggia.

Dentro la stanza, le note di The Day The World Went Away dei Nine Inch Nails.

Il letto su cui stiamo facendo l’amore è freddo e umido e ha le lenzuola di velluto nero. Tutt’intorno si trovano delle candele che emanano una luce pallida, l’unica illuminazione presente nella stanza: alcune sono gialle, altre rosse. Sono disposte in modo da formare la sagoma di una porta intorno al letto. L’arco di questa porta immaginaria si trova dietro la mia testa. Nient’altro si riesce a vedere della stanza, neanche le finestre.

Hel (non so se sia il suo vero nome o un nickname o un’abbreviazione) si trova sopra di me e guarda verso il basso. Non si capisce se sia felice o triste, dato che i lunghi capelli neri le nascondono il volto.

Entrambe le cose, credo. Una strana combinazione di tristezza e felicità, di decadimento e rinascita.

Ma non dice una parola.

Fuori piove talmente forte che l’acqua è riuscita ad aprirsi un varco tra le crepe nel tetto. Prima gocce, poi rivoli, infine torrenti si riversano su di noi, sul letto, sulle candele, che miracolosamente resistono per un certo tempo prima di spegnersi.

Poi è buio totale.

Quando il tetto crolla definitivamente, un fiume di pioggia mi spazza via. Lontano dal letto, dalle lenzuola di lucido velluto nero, lontano da Hel, mi porta con la corrente: giù dalle scale, fuori dalla porta, lungo la strada diventata ormai un canale in piena. Le fioche luci della città, invece di guidarmi, mi disorientano sempre più, finché non perdo i sensi.

La corrente mi spinge contro una porta di legno, dove mi fermo. Batto la testa contro la porta e il colpo mi risveglia.

Mi alzo in piedi. Mi rendo conto di essere in perfette condizioni, nonostante tutto il trambusto.

Sorrido.

Dopotutto l’acqua si è rivelata meno fredda di quanto pensassi.

Ma subito il sorriso si spegne, al pensiero di ciò che mi attende dietro la porta: l’incognito.

Però so che devo aprirla. Non posso andare da nessun’altra parte.

Noto un’etichetta adesiva sulla porta. L’etichetta, rovinata dalla pioggia, si sta staccando dalla sua sede. Il nome scritto in pennarello, azzurro colante su bianco, si legge a fatica, dato che è quasi del tutto scolorito:

BALDER

Dopo pochi secondi l’etichetta si stacca dalla porta e inizia a viaggiare nella corrente, come ho fatto io prima di fermarmi qui davanti.

Subito dopo, quasi senza accorgermi di nulla, sono già entrato nell’edificio e ho chiuso l’uscio dietro di me.

Sono dentro. Già, ma dove?

Faccio due passi nel buio più completo.

Al terzo mi manca il pavimento sotto i piedi.

Inizio a precipitare.

Il volo è così lungo e lento che dopo un po’ non capisco più in che direzione sto cadendo.

Alla fine atterro lentamente e dolcemente, di schiena, su qualcosa di morbido.

E’ un altro letto.
Ripreso il controllo di me stesso e dei miei movimenti, allungo istintivamente il braccio destro verso una sporgenza a lato del letto.
Vi trovo appoggiato un orologio, e ciò non mi sorprende per nulla, anzi mi rassicura definitivamente.
Premo il pulsante in alto a destra e il quadrante si illumina di verde.
E’ l’una e diciassette.
E questo è il mio letto.
Buonanotte a tutti. Sogni d’oro.


Aprile 2009

   Tardo pomeriggio. Una gelida brezza artica soffia sulle strade di Helsinki, sulla mia faccia già abituata alla mite primavera italiana e sulle punte delle dita lasciate scoperte per manipolare la mia reflex. Il cielo è a tratti sereno, a tratti di un grigio inespressivo, perennemente in modalità “potrebbe piovere” (ma con questa temperatura potrebbe anche nevicare).
Sono a caccia di immagini, come succede ogni volta che mi trovo in una città che non ho mai visto prima.
La strada che sto percorrendo si chiama Aleksanterinkatu. Sulla sinistra vedo l’imponente cattedrale luterana, affacciata su un’enorme piazza. La statua dello zar Alessandro II, su un lato della piazza, in questo momento svolge la funzione di trespolo (e probabilmente anche quella di cesso pubblico) per un gabbiano. Merita uno scatto, anzi due.
Proseguo. E mi fermo davanti a una porta. Sopra la porta c’è scritto…
BALDER.
Tutto maiuscolo, in azzurro su bianco.
Il sogno di quasi dieci anni fa con Hel, la stanza a lume di candela, il letto, la pioggia, l’inondazione. Ad un certo punto nel sogno fui trasportato dalla corrente fino ad una porta con la scritta “BALDER” in azzurro su bianco.
HELsinki. La scritta BALDER in azzurro su bianco.
Mentre metà del mio cervello prova ad elaborare una spiegazione e l’altra metà riflette sulla coincidenza, inizio a rabbrividire, e non per il freddo.
Ma so che non posso restare qui, e nemmeno entrare nell’edificio, quindi lascio che la corrente mi porti via, lontano da qui, verso altre mete a cui mi guida una più o meno vaga ispirazione…



Aprile 2015 (spoiler alert)

   Secondo internet, l’edificio Balder a Helsinki è un teatro/sala da ballo:


Alessandro II e il suo gabbiano (la foto è mia - via Google+)



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