Chiang Mai, 8 agosto 2014, ore 22.30
Camminiamo lungo
una strada semideserta fuori dal quadrilatero del centro storico. Gli unici
esseri viventi che incontriamo sono cani randagi, topi e blatte. In particolare
blatte. Sono marroni, si muovono ad una velocità impressionante e hanno la
bizzarra e inquietante abitudine di spostarsi VERSO di te quando ti avvicini,
anziché allontanarsi come di solito fanno gli insetti. Le prime due o tre volte
ho fatto istintivamente un salto all’indietro, poi mi sono abituato.
Ricevo un sms
dall’Italia che parla di stipendi. Buona notizia, ma la accolgo con un “uhm”
indifferente perché è assolutamente fuori luogo in questa circostanza. Metto
via la tecnologia e continuo a guardare in basso cercando di schivare le
blatte, dato che l’eventualità di schiacciarne una (per quanto le blatte di Chiang Mai mi
sembrino sufficientemente intelligenti da non farsi schiacciare da un farang
qualsiasi come me) mi rovinerebbe di certo la cena che devo ancora fare. Senza
contare che, in un paese di religione buddista come quello in cui ci troviamo,
una blatta potrebbe essere la reincarnazione di qualche essere umano, quindi
schiacciandola mi sentirei un assassino senz’anima (anche se, immagino, quando
uno si reincarna in una blatta vuol dire che nella sua vita precedente non è
stato proprio un modello di virtù). E se fosse che chi schiaccia una blatta è
destinato a reincarnarsi in una blatta? Tutto mi porta a decidere che nessuna
di esse stasera morirà per mano mia piede mio.
Tanto per restare
in tema, la nostra destinazione di stasera si chiama blatta-place.
E’ un ristorante.
Più o meno.
Ufficialmente non
ha un nome (o meglio, so per certo che non ha un nome occidentale, ci sono solo
delle scritte thai di cui ignoro il significato).
L’appuntamento è
alle 23. Abbiamo tempo di girare ancora un po’ per le due strade principali del
quartiere e familiarizzare con le blatte. Non sappiamo ancora che, il giorno
dopo, queste stesse strade deserte si trasformeranno nel Saturday Night Market
e saranno così affollate di gente che ci si potrà spostare solo per osmosi.
Ad un certo
punto, qualche minuto prima dell’ora prestabilita, pensiamo di essere arrivati.
- E’
qui, dice V.
- Ma
questo non è un ristorante, dico io.
- Ma
non capisci, è bellissimo!
- (io: faccia
perplessa)
- (lei:
faccia imbronciata)
Fatto sta che,
dopo circa dieci minuti, siamo seduti ad un tavolo del blatta-place con una
birra Leo in mano e un menù scolorito scritto quasi completamente in thai. Sfoglio
le pagine guardando le figure e inizio lentamente a convincermi di essere
davvero in un ristorante.
(Tanto so che
ordinerò del khao soi, lo assaggerò, aggiungerò del peperoncino extra perché all’inizio
non mi sembrerà abbastanza piccante, e finirò il piatto con le lacrime agli
occhi leccandomi i baffi. Poi ordinerò un’insalata di papaya pensando che sia un
piatto dolce, e la finirò sempre con le lacrime agli occhi leccandomi i baffi.)
E dopo circa
un’ora usciamo dal blatta-place, soddisfatti come se avessimo appena fatto la
migliore cena della nostra vita. Come punizione per il mio scetticismo, faccio
a piedi il viaggio di ritorno verso il quadrilatero del centro storico, mentre
V. si fa accompagnare da M. in scooter. Cammino veloce e sicuro evitando le
blatte e passando molto vicino a due cani randagi più minacciosi del solito. Le
persone che si sono reincarnate nelle blatte vegliano su di me e convincono
telepaticamente i due cani a non inseguirmi.
In meno di venti
minuti rientro nel quadrilatero e ritrovo il resto della compagnia. Da lì la
strada è breve fino a casa (la nostra casa per questa settimana).
Sulle pareti
esterne del residence-casa, ogni notte troviamo dei piccoli gechi dall’aspetto
rassicurante.
Domani ci
aspettano altri posti da visitare, altri templi, altri mercati, altri
più-o-meno-ristoranti, altre blatte.
‘Notte.
Sonno.
(continua)
Il blatta-place da Google Street View. Di notte ha
un aspetto peggiore, credetemi ;)
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