martedì 26 maggio 2015

Damnatio memoriae



Una storia di fantasmi, oggi.

Dublino, luglio 2001

“That there, that’s not me”

Due fantasmi si aggirano per le strade della città. Uno dei due sta a poco a poco svanendo, come la famosa foto della famiglia McFly di “Ritorno al Futuro - parte prima” in cui i figli iniziano a scomparire man mano che la storia procede. L’altro (l’altra, per meglio dire) è ormai quasi invisibile, dato che ad un certo punto della storia la sua immagine è stata cancellata con la forza.

Damnatio memoriae.

Un po’ come (con le dovute proporzioni, ovviamente) succedeva ai faraoni, agli scribi o alle persone importanti dell’antico Egitto, di cui, dopo essere cadute in disgrazia, venivano cancellati nome e immagine dai monumenti a colpi di scalpello.

“I go where I please
I walk through walls
I float down the Liffey”

I due fantasmi vanno dove vogliono, camminano attraverso i muri. Le scale strette e ripide all’interno di un bed & breakfast in Talbot Street portano ad una camera all’ultimo piano, che potrebbe essere stata la dimora di un artista squattrinato, di un aspirante scrittore, di una coppia di viaggiatori o dei loro fantasmi. Essi entrano ed escono dalla camera, senza passare dalle porte. Escono dal palazzo del bed & breakfast, vanno verso il fiume Liffey dalla caratteristica acqua torbida e cupa, da cui forse deriva il nome della città, lo attraversano più volte nel loro peregrinare, sempre passando per i ponti, dato che non possono volare né galleggiare sull’acqua.
Forse da qualche parte qui intorno c’è anche il fantasma di James Joyce, che li guarda e sorride.
Sembrano persino felici e spensierati, i due. Ma probabilmente è solo apparenza. E l’apparenza, da sola, non resiste allo scorrere del tempo.

“I'm not here
This isn't happening”


Non sono qui. Non sto salendo gli scalini per attraversare quell’arco di pietra che si trova all’ingresso del parco della Rimembranza.
Nella foto che ho fatto prima di salire gli scalini, oltre l’arco di pietra sembra esserci l’ingresso di un’altra dimensione, inondato di luce bianca.

“In a little while
I'll be gone
The moment's already passed
Yeah, it's gone”

Se il primo fantasma dovesse tornare da quelle parti, probabilmente farebbe più foto. Almeno una per ogni colore delle porte dei palazzi. In città ce ne sono più o meno di tutti i colori dello spettro. I colori di quelle porte resistono in modo straordinario all’usura del tempo, mentre tutto il resto della scena sbiadisce in diverse tonalità di grigio insieme ai due protagonisti.

“Strobe lights and blown speakers
Fireworks and hurricanes”

Scende la sera.
Il Temple Bar era descritto dalla Routard come un’esperienza imperdibile, il centro della movida. I due fantasmi passano fuori dal locale con aria indifferente e vedono gente che barcolla e si ferma a vomitare negli angoli degli edifici intorno al bar. E sono solo le nove di sera. La movida ha un aspetto distorto e per nulla invitante agli occhi dei due. La movida stasera ha l’odore sgradevole dell’alito di un alcolizzato e quello delle cipolle rosse che si trovavano nell’insalata mangiata il giorno prima a pranzo.
A volte, da qualche parte qui intorno, ci sono anche Rodrigo e Gabriela in carne ed ossa che suonano per strada una versione acustica di Orion dei Metallica, ma evidentemente stasera si trovano altrove.
La musica che esce dai locali dovrebbe essere quella degli U2 o dei Pogues, ma i fantasmi la sentono solo distrattamente: in questo momento hanno in mente solo quella dei Radiohead.
La canzone si intitola How to Disappear Completely. Ogni cosa si sposa alla perfezione.

I due continuano a sorridere, ignari di stare per scomparire del tutto…

“I'm not here
This isn't happening”





mercoledì 20 maggio 2015

Una famiglia normale



Non sempre sono in giro per il mondo. 

Spesso sono a casa con la mia famiglia composta da un papà (io), una mamma (che è anche la mia compagna di viaggio), un bambino di sei anni e mezzo e due gatti.

Una famiglia apparentemente normale.

“Apparentemente” è la parola chiave. 

Giusto ieri in treno, mentre tornavo a casa dal lavoro, riflettevo su ciò che gli altri passeggeri del treno potevano vedere in me (ammesso che interessasse loro, probabilmente no): un tizio vestito in modo informale con una maglietta di Snoopy che ascoltava musica in cuffia. Ma se avessero potuto sentire che cosa ascoltavo in quel momento (Heir Apparent degli Opeth), la loro impressione sarebbe stata diversa? Nel dubbio ho abbassato leggermente il volume del lettore mp3…

Sempre ieri, mia moglie mi ha invitato a scrivere della sua yurta nel mio blog. Sfida accettata, ci provo.

La yurta non è altro che una Ford Fiesta del 2013.
La nostra auto. O meglio, ora la sua, dato che io vado al lavoro in treno (tornando al discorso di prima sulla musica, è proprio grazie ai treni e alla loro ineccepibile puntualità che sono andato alla ricerca di nuovi generi musicali capaci di farmi superare l’incazzatura del tempo perduto in ritardi e ho finito per scoprire il death metal).
La yurta all’inizio non era che una normale auto di famiglia, con un seggiolino per bambini. Devo dire che ho contribuito anche io alla sua trasformazione, sistemando in pianta stabile nel bagagliaio il treppiede che uso per fare le foto in notturna. Ma poi sono arrivati i sacchetti per la spesa, una scatola di cartone, i libri di scuola (mia moglie è insegnante di lettere), un paio di scarpe di ricambio, una collezione di CD da viaggio, monete svizzere mischiate con gettoni dell’autolavaggio e carte di caramelle, e chi più ne ha più ne metta.
A volte la spesa staziona per giorni nel bagagliaio, tolti ovviamente i generi deperibili che vengono sistemati immediatamente in frigorifero (no, non abbiamo un frigorifero in macchina, intendo dire che li portiamo a casa).
In pratica la Ford Fiesta del 2013, con il suo contenuto, potrebbe tranquillamente sostituire la casa per qualche giorno.

V. (ieri sera) – Hai visto che ho dato una ripulita alla yurta?

Io – Ho visto un sacco di plastica sotto il sedile del passeggero, pieno di roba a caso. E’ quella la ripulita?

V. – Proprio così.

Io – Ah.

Poi c’è nostro figlio, che ogni tanto esce con delle frasi da piccolo nerd come:

- Guarda che più vai in alto nello spazio, più fa freddo, perché nello spazio si abbassa la temperatura!
(detto ad una sua amica: non si trovavano su un’astronave ma più semplicemente sulle altalene dell’oratorio)

Oppure, come tutti i bambini, tende a umanizzare qualsiasi cosa. Ma un conto è parlare ai peluche, come fanno tutti, un altro è parlare al proprio sedere (come ha fatto ieri sera) invitandolo a fare uscire la cacca in fretta perché altrimenti poi non avrebbe fatto in tempo a giocare a Wheely sul browser.

Insomma, questa è la mia famiglia normale.


Se ti trovi in riva al Reno e dall’altra parte del fiume iniziano a lanciare dei fuochi d'artificio a sorpresa, fa comodo avere il treppiede in macchina (da Flickr)

venerdì 15 maggio 2015

Ristorante al termine dell'universo (parte II)



Capo Nord, 15 agosto 2006

Inizio aprendo una parentesi: per una serie di curiose coincidenze, ho visitato una serie di città e luoghi simbolo (anche se forse sono luoghi simbolo solo per me e al massimo altre 2 o 3 persone al mondo) proprio il giorno di Ferragosto.

In ordine più o meno cronologico: il parco nazionale di Etosha, le rovine di Petra, Capo Nord, le scogliere di granito rosa di Ploumanac’h, la cittadina di Ísafjörður al termine dell’universo, il centro storico di Tallinn, la città “santa” di Spira, il parco archeologico di Sukhothai.

Ci trovavamo appunto a Capo Nord, meta sognata da tempo e finalmente raggiunta, alle due del pomeriggio di un assolato e ventoso 15 agosto, mentre il termometro dell’Opel Astra station wagon da noi soprannominata Kofi segnava l’invidiabile temperatura esterna di 12 gradi centigradi. 

Immagino che, per essere a Capo Nord, avrebbe potuto anche fare più freddo ma, per i nostri rammolliti standard mediterranei, una temperatura di 12 gradi unita a un vento così forte che se avessimo lasciato cadere un pezzo di carta appallottolata sarebbe volato in orizzontale per chilometri… in sostanza, per farla breve, non invitava certo a stare all’aperto.

Così, dopo avere fatto le indispensabili foto e localizzato la vera estremità settentrionale del nostro continente (Knivskjellodden, che si trova poco più a ovest), decidemmo di visitare l’interno della struttura, scavato nella roccia del promontorio di Capo Nord. Alla fine della visita si trova quello che potrebbe essere uno dei miei personali Ristoranti al termine dell’Universo, anche se dopo tutti questi anni non mi ricordo se si trattasse di un ristorante vero e proprio o piuttosto di un semplice bar.
I prezzi erano proibitivi anche per i già altissimi standard norvegesi.

Un gruppo di italiani seduti a un tavolo vicino ordinò dei cappuccini (a qualcosa come 10 euro l’uno).
Noi, che siamo degli spocchiosi del ca##o, ordinammo quella bevanda calda di colore marrone chiaro che in tutta l’Europa a nord di Bolzano chiamano caffè. Cercavamo di adeguarci ai gusti locali, come sempre, perché, come ho già detto, siamo degli spocchiosi del ca##o. Ah, e iniziammo anche a parlare sottovoce nella nostra lingua e a voce normale in inglese, come facciamo sempre quando incontriamo dei nostri connazionali che non ci piacciono, per evitare che ci attacchino bottone (sempre perché siamo degli spocchiosi del …)

V. ordinò anche un waffle. Io al momento non avevo fame.
Salvo poi, appena il sopracitato waffle si materializzò sul nostro tavolo, iniziare a guardarlo con la stessa espressione che aveva l’orsetto affamato che avevamo visto il giorno prima al parco Polar Zoo vicino a Tromsø, prima che il guardiano gli portasse dei waffle. E poi iniziai a guardare V., sempre con la faccia da orsetto affamato.

Senza dire una parola, V. tagliò il suo waffle e me ne diede metà.

(Io le sono riconoscente da allora, lei mi rinfaccia questo episodio da allora.)

Finita la merenda, uscimmo a rivedere… non le stelle, ma il sole. Anche perché a queste latitudini, per vedere le stelle, bisogna aspettare almeno l’equinozio d’autunno.

Ci attendeva un lungo viaggio di ritorno tra mille “difficoltà”, prima delle quali il tunnel sotterraneo che collega la terraferma all’isola di Magerøya.

(flashback, qualche ora prima)

Io: Dato che Capo Nord si trova su un’isola, immagino che tra poco entreremo in un tunnel sottomarino…

In quel momento stava guidando V.

V. (che odia le gallerie e in particolare quelle sottomarine): Allora ci diamo il cambio alla guida prima di arrivare al…

Non fece in tempo a finire la frase prima che la strada iniziasse a scendere rapidamente verso il tunnel.

V.: Sei un mostro, dovevi avvisarmi prima!

Io: Ma come facevo a saperlo?

Fatto sta che la guida nel terribile tunnel toccò a lei.
Dentro la galleria incontrammo diversi banchi di nebbia e un pazzo che faceva skiroll, probabilmente diretto a Capo Nord (speriamo che ci sia arrivato tutto intero). Mancavano solo le renne.

(fine flashback)

La nostra prima tappa al ritorno da Capo Nord era una località chiamata Karasjok, al confine con la Finlandia. Arrivammo quando iniziava a fare buio penombra. 

Avevamo scelto quella tappa ispirati dalla nostra fedele Lonely Planet.

Il posto era apparentemente disabitato.

Si vedevano solo alcune casette di legno sparse in mezzo alla foresta di conifere.
Da una di queste, che sembrava la casetta principale, uscì una ragazza, la creatura più simile a un elfo che io abbia mai incontrato finora. In breve ci fece accomodare in una delle casette costruite interamente in legno e ardesia, fatte più o meno come immaginavo che fossero le case degli elfi.

Improvvisamente la stanchezza dei 600km di oggi, su strade strette, tortuose e frequentate da molte renne e poche auto, divenne solo un lontano ricordo. Qui, nella terra degli elfi, in compagnia di un branco di lupi addomesticati Siberian Husky che a mezzanotte iniziarono a ululare tutti insieme, all’unisono, mentre noi, nei comodi letti della casetta elfica, stavamo passando senza neanche rendercene conto dai sogni ad occhi aperti a quelli ad occhi chiusi… Buonanotte.

(continua)

Capo Nord, ovviamente. Altre foto qui.



Se vi capita di arrivare fino a quelle remote latitudini, fermatevi qui: http://www.engholm.no/. Dobbiamo tornarci anche noi, perché è un’eresia averci passato una sola notte.

mercoledì 6 maggio 2015

Ristorante al termine dell'universo



E’ il 15 agosto 2008 e mi trovo al termine dell’universo da me conosciuto.

E’ più o meno come mi immaginavo.


Sarò un visionario, ma a me capita spesso di fantasticare quando guardo la carta geografica di una regione in cui non sono mai stato prima. Mi capitava molto più spesso quando internet non era ancora il pane quotidiano. Ogni volta che avevo in mano una mappa, mi bastava qualche secondo per partire verso il limbo dei luoghi sconosciuti. Adesso se voglio posso aprire Google Maps in modalità Street View e vedo tutto. So in anticipo dove andare per vedere ciò che mi interessa, ma perdo il gusto dell’immaginazione e della scoperta. E’ un po’ come leggere un libro di cui sai già il finale o vedere una serie TV che qualcuno ti ha spoilerato.

Uno dei miei viaggi immaginari preferiti aveva come meta quella penisola vagamente a forma di mano che si trova all’estremità nord-occidentale dell’Islanda. Mi ha sempre affascinato, fin da bambino, quella forma insolita. E non capivo perché avessero costruito una strada che seguiva tortuosamente tutte le dita della mano, fino alle punte, anziché semplicemente andare in linea retta fino alla destinazione finale,

la città al termine dell’universo,

Ísafjörður.

Chissà come sarà, mi chiedevo sempre.


E’ il 15 agosto 2008, dicevamo, sono alla guida di una Toyota Celica rossa che ha visto giorni migliori, e sto percorrendo una ad una tutte le dita della penisola-mano. Alla mia sinistra c’è un'ininterrotta parete quasi verticale alta almeno un centinaio di metri, e alla mia destra c’è il mare, o se preferite lo spazio tra le dita. Le dita non hanno nome, mentre gli spazi tra le dita hanno diversi nomi che, abbastanza ragionevolmente, finiscono tutti per –fjörður.

Ad un certo punto faccio una sosta per fotografare un gruppo di foche, che sembrano imperturbate dal mio arrivo finché non tiro fuori l’obiettivo da 300mm. In quel momento decidono di andarsene (ma fortunatamente sono riuscito a fare almeno una foto decente con il 135mm).

Il fiordo in cui si trova la città al termine dell’universo si chiama Skutulsfjörður. Mi piace questo nome, chissà come mai...

Per arrivare alla città attraversiamo un ponte. Il cartello prima del ponte dice di stare attenti agli uccelli che possono attraversare il ponte volando basso, ad altezza delle auto. Se Angry Birds fosse già stato pubblicato [è uscito l’anno dopo, N.d.A.], in questo momento immaginerei di essere un maiale verde.

La città ha poco più di duemila abitanti, ma dopo avere viaggiato per quasi 300km senza incontrare nessuna traccia della presenza umana se non la strada su cui ci trovavamo, vi assicuro che sembra una metropoli enorme.

Dato che siamo arrivati al termine dell’universo, vediamo diverse cose che alla gente comune possono sembrare strane.

La città è costruita su una lingua di sabbia, il che rende ancora più difficile costruire più di così. (In effetti, quando ho provato a rifare Ísafjörður in SimCity4 usando una mappa a dimensioni reali, non sono riuscito a raggiungere più di 2500 abitanti).

I pochi alberi si trovano in un parco cittadino al cui ingresso c’è un arco realizzato con ossa di balena (morta di vecchiaia, spero).

Le case sono per la maggior parte fatte di lamiera (ma gli abitanti non avranno freddo in inverno?).

C’è anche un aeroporto qui vicino. Me ne sono accorto quando ho visto un piccolo aereo che stava letteralmente infilandosi tra una montagna e l’altra per atterrare.

E ovviamente c’è un ristorante.
Ce ne sarà certamente più di uno, ma noi ne sceglieremo uno. Il nostro, personale, ristorante al termine dell’universo.
Si trova all’interno di un centro commerciale. Si chiama Thai Koon, e come avrete probabilmente intuito dal nome, non fa cucina tipica islandese.
Altrove, non sarebbe che un ristorante qualsiasi in una località qualsiasi. Qui invece per noi è speciale. La clientela è speciale, anche se mascherata da gente comune. Potrebbe anche esserci il Presidente della Galassia, per quanto ne sappiamo.

I piatti sono buoni, meno piccanti di quanto mi immaginassi, ma siamo soddisfatti. Certo, al Blatta-place avremmo mangiato meglio, ma quella è un’altra storia di cui siamo ancora totalmente ignari. Questa, per ora, finisce qui, al termine dell’universo. Domani si potrà solo tornare indietro, possibilmente scegliendo una nuova strada…

"Hi there, Skutul!"


Una tipica casa di Ísafjörður- dal mio album su Flickr