mercoledì 6 maggio 2015

Ristorante al termine dell'universo



E’ il 15 agosto 2008 e mi trovo al termine dell’universo da me conosciuto.

E’ più o meno come mi immaginavo.


Sarò un visionario, ma a me capita spesso di fantasticare quando guardo la carta geografica di una regione in cui non sono mai stato prima. Mi capitava molto più spesso quando internet non era ancora il pane quotidiano. Ogni volta che avevo in mano una mappa, mi bastava qualche secondo per partire verso il limbo dei luoghi sconosciuti. Adesso se voglio posso aprire Google Maps in modalità Street View e vedo tutto. So in anticipo dove andare per vedere ciò che mi interessa, ma perdo il gusto dell’immaginazione e della scoperta. E’ un po’ come leggere un libro di cui sai già il finale o vedere una serie TV che qualcuno ti ha spoilerato.

Uno dei miei viaggi immaginari preferiti aveva come meta quella penisola vagamente a forma di mano che si trova all’estremità nord-occidentale dell’Islanda. Mi ha sempre affascinato, fin da bambino, quella forma insolita. E non capivo perché avessero costruito una strada che seguiva tortuosamente tutte le dita della mano, fino alle punte, anziché semplicemente andare in linea retta fino alla destinazione finale,

la città al termine dell’universo,

Ísafjörður.

Chissà come sarà, mi chiedevo sempre.


E’ il 15 agosto 2008, dicevamo, sono alla guida di una Toyota Celica rossa che ha visto giorni migliori, e sto percorrendo una ad una tutte le dita della penisola-mano. Alla mia sinistra c’è un'ininterrotta parete quasi verticale alta almeno un centinaio di metri, e alla mia destra c’è il mare, o se preferite lo spazio tra le dita. Le dita non hanno nome, mentre gli spazi tra le dita hanno diversi nomi che, abbastanza ragionevolmente, finiscono tutti per –fjörður.

Ad un certo punto faccio una sosta per fotografare un gruppo di foche, che sembrano imperturbate dal mio arrivo finché non tiro fuori l’obiettivo da 300mm. In quel momento decidono di andarsene (ma fortunatamente sono riuscito a fare almeno una foto decente con il 135mm).

Il fiordo in cui si trova la città al termine dell’universo si chiama Skutulsfjörður. Mi piace questo nome, chissà come mai...

Per arrivare alla città attraversiamo un ponte. Il cartello prima del ponte dice di stare attenti agli uccelli che possono attraversare il ponte volando basso, ad altezza delle auto. Se Angry Birds fosse già stato pubblicato [è uscito l’anno dopo, N.d.A.], in questo momento immaginerei di essere un maiale verde.

La città ha poco più di duemila abitanti, ma dopo avere viaggiato per quasi 300km senza incontrare nessuna traccia della presenza umana se non la strada su cui ci trovavamo, vi assicuro che sembra una metropoli enorme.

Dato che siamo arrivati al termine dell’universo, vediamo diverse cose che alla gente comune possono sembrare strane.

La città è costruita su una lingua di sabbia, il che rende ancora più difficile costruire più di così. (In effetti, quando ho provato a rifare Ísafjörður in SimCity4 usando una mappa a dimensioni reali, non sono riuscito a raggiungere più di 2500 abitanti).

I pochi alberi si trovano in un parco cittadino al cui ingresso c’è un arco realizzato con ossa di balena (morta di vecchiaia, spero).

Le case sono per la maggior parte fatte di lamiera (ma gli abitanti non avranno freddo in inverno?).

C’è anche un aeroporto qui vicino. Me ne sono accorto quando ho visto un piccolo aereo che stava letteralmente infilandosi tra una montagna e l’altra per atterrare.

E ovviamente c’è un ristorante.
Ce ne sarà certamente più di uno, ma noi ne sceglieremo uno. Il nostro, personale, ristorante al termine dell’universo.
Si trova all’interno di un centro commerciale. Si chiama Thai Koon, e come avrete probabilmente intuito dal nome, non fa cucina tipica islandese.
Altrove, non sarebbe che un ristorante qualsiasi in una località qualsiasi. Qui invece per noi è speciale. La clientela è speciale, anche se mascherata da gente comune. Potrebbe anche esserci il Presidente della Galassia, per quanto ne sappiamo.

I piatti sono buoni, meno piccanti di quanto mi immaginassi, ma siamo soddisfatti. Certo, al Blatta-place avremmo mangiato meglio, ma quella è un’altra storia di cui siamo ancora totalmente ignari. Questa, per ora, finisce qui, al termine dell’universo. Domani si potrà solo tornare indietro, possibilmente scegliendo una nuova strada…

"Hi there, Skutul!"


Una tipica casa di Ísafjörður- dal mio album su Flickr

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