venerdì 15 maggio 2015

Ristorante al termine dell'universo (parte II)



Capo Nord, 15 agosto 2006

Inizio aprendo una parentesi: per una serie di curiose coincidenze, ho visitato una serie di città e luoghi simbolo (anche se forse sono luoghi simbolo solo per me e al massimo altre 2 o 3 persone al mondo) proprio il giorno di Ferragosto.

In ordine più o meno cronologico: il parco nazionale di Etosha, le rovine di Petra, Capo Nord, le scogliere di granito rosa di Ploumanac’h, la cittadina di Ísafjörður al termine dell’universo, il centro storico di Tallinn, la città “santa” di Spira, il parco archeologico di Sukhothai.

Ci trovavamo appunto a Capo Nord, meta sognata da tempo e finalmente raggiunta, alle due del pomeriggio di un assolato e ventoso 15 agosto, mentre il termometro dell’Opel Astra station wagon da noi soprannominata Kofi segnava l’invidiabile temperatura esterna di 12 gradi centigradi. 

Immagino che, per essere a Capo Nord, avrebbe potuto anche fare più freddo ma, per i nostri rammolliti standard mediterranei, una temperatura di 12 gradi unita a un vento così forte che se avessimo lasciato cadere un pezzo di carta appallottolata sarebbe volato in orizzontale per chilometri… in sostanza, per farla breve, non invitava certo a stare all’aperto.

Così, dopo avere fatto le indispensabili foto e localizzato la vera estremità settentrionale del nostro continente (Knivskjellodden, che si trova poco più a ovest), decidemmo di visitare l’interno della struttura, scavato nella roccia del promontorio di Capo Nord. Alla fine della visita si trova quello che potrebbe essere uno dei miei personali Ristoranti al termine dell’Universo, anche se dopo tutti questi anni non mi ricordo se si trattasse di un ristorante vero e proprio o piuttosto di un semplice bar.
I prezzi erano proibitivi anche per i già altissimi standard norvegesi.

Un gruppo di italiani seduti a un tavolo vicino ordinò dei cappuccini (a qualcosa come 10 euro l’uno).
Noi, che siamo degli spocchiosi del ca##o, ordinammo quella bevanda calda di colore marrone chiaro che in tutta l’Europa a nord di Bolzano chiamano caffè. Cercavamo di adeguarci ai gusti locali, come sempre, perché, come ho già detto, siamo degli spocchiosi del ca##o. Ah, e iniziammo anche a parlare sottovoce nella nostra lingua e a voce normale in inglese, come facciamo sempre quando incontriamo dei nostri connazionali che non ci piacciono, per evitare che ci attacchino bottone (sempre perché siamo degli spocchiosi del …)

V. ordinò anche un waffle. Io al momento non avevo fame.
Salvo poi, appena il sopracitato waffle si materializzò sul nostro tavolo, iniziare a guardarlo con la stessa espressione che aveva l’orsetto affamato che avevamo visto il giorno prima al parco Polar Zoo vicino a Tromsø, prima che il guardiano gli portasse dei waffle. E poi iniziai a guardare V., sempre con la faccia da orsetto affamato.

Senza dire una parola, V. tagliò il suo waffle e me ne diede metà.

(Io le sono riconoscente da allora, lei mi rinfaccia questo episodio da allora.)

Finita la merenda, uscimmo a rivedere… non le stelle, ma il sole. Anche perché a queste latitudini, per vedere le stelle, bisogna aspettare almeno l’equinozio d’autunno.

Ci attendeva un lungo viaggio di ritorno tra mille “difficoltà”, prima delle quali il tunnel sotterraneo che collega la terraferma all’isola di Magerøya.

(flashback, qualche ora prima)

Io: Dato che Capo Nord si trova su un’isola, immagino che tra poco entreremo in un tunnel sottomarino…

In quel momento stava guidando V.

V. (che odia le gallerie e in particolare quelle sottomarine): Allora ci diamo il cambio alla guida prima di arrivare al…

Non fece in tempo a finire la frase prima che la strada iniziasse a scendere rapidamente verso il tunnel.

V.: Sei un mostro, dovevi avvisarmi prima!

Io: Ma come facevo a saperlo?

Fatto sta che la guida nel terribile tunnel toccò a lei.
Dentro la galleria incontrammo diversi banchi di nebbia e un pazzo che faceva skiroll, probabilmente diretto a Capo Nord (speriamo che ci sia arrivato tutto intero). Mancavano solo le renne.

(fine flashback)

La nostra prima tappa al ritorno da Capo Nord era una località chiamata Karasjok, al confine con la Finlandia. Arrivammo quando iniziava a fare buio penombra. 

Avevamo scelto quella tappa ispirati dalla nostra fedele Lonely Planet.

Il posto era apparentemente disabitato.

Si vedevano solo alcune casette di legno sparse in mezzo alla foresta di conifere.
Da una di queste, che sembrava la casetta principale, uscì una ragazza, la creatura più simile a un elfo che io abbia mai incontrato finora. In breve ci fece accomodare in una delle casette costruite interamente in legno e ardesia, fatte più o meno come immaginavo che fossero le case degli elfi.

Improvvisamente la stanchezza dei 600km di oggi, su strade strette, tortuose e frequentate da molte renne e poche auto, divenne solo un lontano ricordo. Qui, nella terra degli elfi, in compagnia di un branco di lupi addomesticati Siberian Husky che a mezzanotte iniziarono a ululare tutti insieme, all’unisono, mentre noi, nei comodi letti della casetta elfica, stavamo passando senza neanche rendercene conto dai sogni ad occhi aperti a quelli ad occhi chiusi… Buonanotte.

(continua)

Capo Nord, ovviamente. Altre foto qui.



Se vi capita di arrivare fino a quelle remote latitudini, fermatevi qui: http://www.engholm.no/. Dobbiamo tornarci anche noi, perché è un’eresia averci passato una sola notte.

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