Capo Nord, 15
agosto 2006
Inizio aprendo
una parentesi: per una serie di curiose coincidenze, ho visitato una serie di
città e luoghi simbolo (anche se forse sono luoghi simbolo solo per me e al
massimo altre 2 o 3 persone al mondo) proprio il giorno di Ferragosto.
In ordine più o
meno cronologico: il parco nazionale di Etosha, le rovine di Petra, Capo Nord,
le scogliere di granito rosa di Ploumanac’h, la cittadina di Ísafjörður al
termine dell’universo, il centro storico di Tallinn, la città “santa” di Spira,
il parco archeologico di Sukhothai.
Ci trovavamo
appunto a Capo Nord, meta sognata da tempo e finalmente raggiunta, alle due del
pomeriggio di un assolato e ventoso 15 agosto, mentre il termometro dell’Opel
Astra station wagon da noi soprannominata Kofi segnava l’invidiabile
temperatura esterna di 12 gradi centigradi.
Immagino che, per essere a Capo
Nord, avrebbe potuto anche fare più freddo ma, per i nostri rammolliti standard
mediterranei, una temperatura di 12 gradi unita a un vento così forte che se
avessimo lasciato cadere un pezzo di carta appallottolata sarebbe volato in
orizzontale per chilometri… in sostanza, per farla breve, non invitava certo a
stare all’aperto.
Così, dopo avere
fatto le indispensabili foto e localizzato la vera estremità settentrionale del
nostro continente (Knivskjellodden, che si trova poco più a ovest), decidemmo
di visitare l’interno della struttura, scavato nella roccia del promontorio di
Capo Nord. Alla fine della visita si trova quello che potrebbe essere uno dei
miei personali Ristoranti al termine
dell’Universo, anche se dopo tutti questi anni non mi ricordo se si
trattasse di un ristorante vero e proprio o piuttosto di un semplice bar.
I prezzi erano
proibitivi anche per i già altissimi standard norvegesi.
Un gruppo di
italiani seduti a un tavolo vicino ordinò dei cappuccini (a qualcosa come 10
euro l’uno).
Noi, che siamo degli
spocchiosi del ca##o, ordinammo quella bevanda calda di colore marrone chiaro
che in tutta l’Europa a nord di Bolzano chiamano caffè. Cercavamo di adeguarci
ai gusti locali, come sempre, perché, come ho già detto, siamo degli spocchiosi
del ca##o. Ah, e iniziammo anche a parlare sottovoce nella nostra lingua e a
voce normale in inglese, come facciamo sempre quando incontriamo dei nostri connazionali
che non ci piacciono, per evitare che ci attacchino bottone (sempre perché
siamo degli spocchiosi del …)
V. ordinò anche
un waffle. Io al momento non avevo fame.
Salvo poi, appena
il sopracitato waffle si materializzò sul nostro tavolo, iniziare a guardarlo
con la stessa espressione che aveva l’orsetto affamato che avevamo visto il
giorno prima al parco Polar Zoo vicino a Tromsø, prima che il guardiano gli
portasse dei waffle. E poi iniziai a guardare V., sempre con la faccia da
orsetto affamato.
Senza dire una
parola, V. tagliò il suo waffle e me ne diede metà.
(Io le sono
riconoscente da allora, lei mi rinfaccia questo episodio da allora.)
Finita la
merenda, uscimmo a rivedere… non le stelle, ma il sole. Anche perché a queste
latitudini, per vedere le stelle, bisogna aspettare almeno l’equinozio
d’autunno.
Ci attendeva un
lungo viaggio di ritorno tra mille “difficoltà”, prima delle quali il tunnel
sotterraneo che collega la terraferma all’isola di Magerøya.
(flashback,
qualche ora prima)
Io: Dato che Capo
Nord si trova su un’isola, immagino che tra poco entreremo in un tunnel sottomarino…
In quel momento
stava guidando V.
V. (che odia le
gallerie e in particolare quelle sottomarine): Allora ci diamo il cambio alla
guida prima di arrivare al…
Non fece in tempo
a finire la frase prima che la strada iniziasse a scendere rapidamente verso il
tunnel.
V.: Sei un
mostro, dovevi avvisarmi prima!
Io: Ma come
facevo a saperlo?
Fatto sta che la
guida nel terribile tunnel toccò a lei.
Dentro la
galleria incontrammo diversi banchi di nebbia e un pazzo che faceva skiroll, probabilmente diretto a Capo Nord (speriamo che ci sia arrivato tutto intero).
Mancavano solo le renne.
(fine flashback)
La nostra prima
tappa al ritorno da Capo Nord era una località chiamata Karasjok, al confine
con la Finlandia. Arrivammo quando iniziava a fare buio penombra.
Avevamo scelto
quella tappa ispirati dalla nostra fedele Lonely Planet.
Il posto era
apparentemente disabitato.
Si vedevano solo
alcune casette di legno sparse in mezzo alla foresta di conifere.
Da una di queste,
che sembrava la casetta principale, uscì una ragazza, la creatura più simile a
un elfo che io abbia mai incontrato finora. In breve ci fece accomodare in una
delle casette costruite interamente in legno e ardesia, fatte più o meno come
immaginavo che fossero le case degli elfi.
Improvvisamente
la stanchezza dei 600km di oggi, su strade strette, tortuose e frequentate da
molte renne e poche auto, divenne solo un lontano ricordo. Qui, nella terra
degli elfi, in compagnia di un branco di lupi addomesticati Siberian
Husky che a mezzanotte iniziarono a ululare tutti insieme, all’unisono, mentre noi,
nei comodi letti della casetta elfica, stavamo passando senza neanche
rendercene conto dai sogni ad occhi aperti a quelli ad occhi chiusi…
Buonanotte.
(continua)
Capo Nord, ovviamente. Altre
foto qui.
Se vi capita di arrivare
fino a quelle remote latitudini, fermatevi qui: http://www.engholm.no/.
Dobbiamo tornarci anche noi, perché è un’eresia averci passato una sola notte.

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