martedì 29 settembre 2015

London Calling



Mi trovo in una zona periferica di Londra e sono su un autobus.
Sono qui da solo, e in questo momento non mi ricordo neanche il perché, né tanto meno mi interessa saperlo.

La mia attenzione è distratta da un ragazzino che mi rivolge la parola, facendomi una specie di indovinello. Gli do retta per qualche minuto, ma poi mi rendo conto che devo scendere dall’autobus. Lo saluto e scendo, in una zona residenziale con villette basse e molto verde, avviandomi a piedi verso il centro. Tempo dopo che l’autobus è già ripartito, mi accorgo di non avere più con me la borsa della reflex. L’ho dimenticata sull’autobus!

(Strano, di solito quando sono in viaggio mi farei staccare un braccio piuttosto che abbandonare quella borsa.)

Non riesco a prendere una decisione, se seguire il percorso dell’autobus sperando di ritrovare la borsa, o aspettare che faccia il giro e torni indietro, o chiedere aiuto.
Inizio a vagabondare per la città, entrando in un quartiere che sinceramente non mi aspettavo di trovare a Londra: strade sterrate strette e tortuose, rottami e polvere ovunque, persone vestite di stracci, sembra una città del terzo mondo.

Dopo qualche giro a vuoto entro in un commissariato di polizia e spiego la mia disavventura. Gli agenti mi fanno vedere un video di una telecamera di sicurezza, in cui un uomo con lunghi baffi neri e aspetto losco scende dall’autobus su cui mi trovavo anch’io e si allontana con la mia borsa a tracolla. A quanto pare, mentre il ragazzino (complice) mi distraeva e in qualche modo mi ipnotizzava, il ladro baffuto è entrato in azione. Mi spiegano che è una tattica molto usata dai borseggiatori.

Inizio a pensare che non vedrò più la mia reflex, oltre a un paio di obiettivi e alcuni ricordi di viaggi precedenti che stupidamente avevo lasciato nella borsa, e naturalmente le foto di Londra che avevo nella scheda SD (ce n’erano alcune molto belle).

Mi viene da piangere.


Qualcosa sembrava molto reale. Qualcos’altro invece era assurdo. E comunque non sono mai stato a Londra.

Mi giro su un fianco, allungo il braccio sinistro e premo un pulsante. Sono le cinque del mattino e mi trovo nel mio letto. 

Non sto piangendo. 

Non ho bisogno di controllare se la borsa della reflex si trova, come sempre, nel suo scomparto in soggiorno.



Forse ieri sera non avrei dovuto andare a cercare nuovi obiettivi e corpi macchina su dpreview.com. Parte di me, quella più rivoluzionaria (il ladro del sogno?) vuole mettere in un cassetto o vendere (per due soldi, immagino) la cara, vecchia, fedele D80 e comprare, ad esempio, una D7100 per fotografare il cielo stellato e in generale migliorare la qualità degli scatti in notturna. La mia parte conservativa e sensibile invece pensa di continuare a usare la D80 fino a quando, tra qualche anno, la passerò a mio figlio. Sono sempre più indeciso…



martedì 22 settembre 2015

A volte ritornano



(o non se ne sono mai andati)

Grazie, o onnipresente Facebook, per i tuoi suggerimenti del tipo “<Tizio_a_caso> ha appena fatto mi piace sul post <Pagina_a_caso_di_facebook>”. Se non sto attento, mi fai finire risucchiato in un vortice che distrugge la mia produttività. D’accordo, qualcuno potrebbe obiettare che, se stavo guardando i suggerimenti di Facebook, vuol dire che in quel momento non ero già per nulla produttivo, e avrebbe ragione al 100% meno epsilon, con epsilon piccolo a piacere.

Il suggerimento di oggi mi porta indietro di oltre ventitré  anni, quasi ventiquattro, e quindi implicitamente mi fa sentire molto vecchio (grazie anche per questo, Facebook!). In quel periodo avevo appena iniziato ad aggirarmi con aria a metà tra l’incuriosito e lo sprovveduto tra enormi aule con emblematici nomi come A1, A2 o EF1, EF2, collegate tra loro da lunghissimi e affollatissimi corridoi perennemente illuminati alla luce del neon, su cui si aprivano poche finestre a oblò che davano il nome all’intero complesso di edifici, la Nave.

Ed io, in quella nave, ho passato gran parte dei miei successivi sei anni, che di certo mi hanno segnato per tutta la vita (spero più in positivo che in negativo), incontrando amici e personaggi strani e affrontando una serie apparentemente infinita di boss battle esami. 

Il personaggio più strano era un certo Xxxxxxx Yyyy (non scrivo il nome per motivi di privacy, ma chiunque abbia studiato ingegneria a Pavia non può non conoscerlo). 

Anche senza la descrizione che mi avevano fatto di lui gli studenti del primo anno fuoricorso, non era uno che passava inosservato: età apparente quarant’anni (portati molto male) o forse più, sciatto, trasandato e con in testa più forfora che capelli. Su di lui correvano le voci più assurde: pare che avesse iniziato a studiare circa vent’anni prima, che ogni tanto i professori lo inseguissero per i corridoi proponendogli un 18 di misericordia, che si aggirasse di sera dalle parti della stazione per chiedere passaggi per chissà dove o cercare compagni di studio.

All’esame di Analisi 1 si presentò allo stesso appello a cui mi ero iscritto io. Ogni tanto notavo con la coda dell’occhio che scriveva pagine e pagine di appunti fitti fitti. Certo, se è da vent’anni che studia Analisi 1, pensavo, ne avrà imparate di cose, anche solo per osmosi.
Ero ingenuo.

Il punteggio dello scritto andava da -15 (se sbagliavi tutte le risposte) a 30. Bastava (è un eufemismo) fare 12 per essere ammessi all’orale. Il nostro Yyyy prese zero, quindi probabilmente non rispose a nessun esercizio.
Zero? Ma almeno potevi provarci, pensavo.
Ero ingenuo.

Con il passare degli anni, mi aggiravo con aria sempre meno incuriosita e sprovveduta, spostandomi in aule sempre più piccole con emblematici nomi come C1, C2 o E1, E2, e persi di vista il nostro Yyyy, che immaginavo prima o poi avrebbe deciso di ritirarsi e trovare la sua strada fuori da quei corridoi con oblò.
Sono ingenuo.

Oggi, 22 settembre 2015, Facebook mi fa gentilmente notare una foto postata da qualche attuale studente, in cui un certo Xxxxxxx Yyyy, tramite un foglio scritto a mano con la calligrafia tremolante che riconosco senza neanche pensarci un istante, cerca persone per studiare Campi Elettromagnetici.

Throwback.

Ci sono ben due cose inquietanti. La prima è che Xxxxxxx Yyyy studia ancora ingegneria elettronica (ma quanti anni avrà adesso? Tra i sessanta e i settanta, se il tempo passa nello stesso modo per tutti). La seconda è che, nel frattempo, ha passato Analisi 1  e 2, ed è al terzo anno. Wow.
Ce la farà a laurearsi prima che il tempo scorra inesorabilmente? Io dico di sì: i miti non muoiono mai.

(ma forse sono solo molto ingenuo)


martedì 15 settembre 2015

"Acqua, acqua ovunque" (ovvero: Wanderlust - parte IV)



Croazia, 15 agosto 2015.

Il paesaggio cambia.

Lasciamo la costa e la strada inizia a salire, e diventa più attorcigliata dei miei auricolari quando li tiro fuori dallo zaino dopo qualche giorno in cui non li ho usati  (vedi screenshot tratto da Google Maps):



Superato il passo, iniziamo a incontrare le bancarelle dei venditori di miele.
Dopo i primi tre giorni di viaggio, che ho passato sudando più che in Thailandia l’anno scorso, mi stavo giusto chiedendo se prima o poi fosse arrivata una tregua dall’ondata di caldo, ed ecco che il vento porta la risposta sotto forma di nuvole nere. Ci fermiamo a comprare del miele qualche minuto prima che arrivi il temporale, il primo di una lunga serie. Da quel momento in avanti infatti, le nuvole cercheranno di seguirci lungo tutto il nostro viaggio, arrivando a volte prima di noi, a volte dopo. La cosa positiva è che smetterò di sudare.

Le case sono strane in questa regione.
Sono fatte di grossi mattoni rossi e sembrano quasi tutte ancora in costruzione, anche se chiaramente la maggior parte di esse sono abitate. 

Man mano che ci avviciniamo al parco, il paesaggio cambia ancora. Adesso sembra alpino. In effetti siamo quasi a mille metri di altezza.

Chissà se ci sarà posto nel campeggio?, ci chiediamo quando stiamo per arrivare alla nostra destinazione di stasera (Camp Borje, parco nazionale di Plitvice).


C’è posto, e in abbondanza.
Mi chiedo come sia possibile, il 15 agosto, trovare  un campeggio ben organizzato, pulito, molto economico e quasi vuoto, in un posto splendido vicino a un parco nazionale frequentato da un milione di turisti all’anno. Le risposte possono essere molte, e tutte vere:
- non siamo al mare
- i turisti vengono qui con gite in giornata
- il tempo è brutto
- in realtà erano i campeggi dell’Istria ad essere troppo costosi e affollati

Fatto sta che siamo arrivati presto e quindi abbiamo tutto il tempo per rilassarci, bere il nostro miglior caffè in polvere e provare le nuove stuoie di gommapiuma, comprate oggi in previsione del fatto che il materasso gonfiabile della tenda ha una perdita e prima o poi ci lascerà letteralmente con il sedere per terra(*1).

Qui vicino c’è anche un ristorante che fa cucina tipica, ottimo direi.

Dopo una notte fresca e leggermente piovosa, il giorno dopo non so che cosa aspettarmi.

Chi è già stato a Plitvice, specialmente il mese di agosto, sa che troverà:
- turisti (molti)
- code
- difficoltà nel trovare un parcheggio
- acqua, sia nei laghi (meglio se ce n’è molta) sia sotto forma di pioggia (ma anche no)
- bastoncini per selfie (l’oggetto che secondo me, meglio di qualunque altro, identifica il degrado della civiltà umana)
- altri turisti (ancora di più)

Però, è chiaro, dipende anche da noi, dal nostro atteggiamento e da un minimo di accortezza fare sì che l’esperienza sia positiva. Ho letto recensioni da una stella su tripadvisor: il motivo? Lunghe code, personale scortese, costo eccessivo del biglietto, impossibile fare foto perché è pieno di gente ovunque.
Lunghe code? Ci può stare, è il 16 agosto e siamo in una località visitata da un milione di turisti all’anno. E’ chiaro che, se si riesce ad arrivare il più presto possibile al mattino, si trova meno coda.
Personale scortese? Questa me la dovete spiegare.
Costo eccessivo: certo 24 euro a testa non sono pochi, ma secondo me valgono lo spettacolo.
Impossibilità di fare foto? Io ne ho fatte più di 100 senza inquadrare nemmeno una persona. Basta trovare un posto libero o aspettare che quelli prima di voi finiscano di fare la loro serie di selfie inutili (sperando che non siano un gruppo numeroso di giapponesi(*2)).

Quante stelle darei all’esperienza? Cinque. Ne darei una in meno solo per il cattivo tempo (abbiamo fatto metà escursione sotto la pioggia) ma il meteo non deve contare nel giudizio. Comunque avevo già fatto le foto migliori quando ha iniziato a piovere.


(*1) aggiornamento del 24 agosto: il materasso gonfiabile della tenda ha resistito ottimamente quella notte, ma dopo i due campeggi successivi la situazione è diventata insostenibile. Ora riposa in pace in un cassonetto dell’area di servizio nei pressi di Ajdovščina (Slovenia). R.I.P.

(*2) (disclaimer: chiedo scusa in anticipo se avete parenti o cari amici giapponesi). Ho una mia teoria, ampiamente supportata da osservazioni pratiche, secondo cui un gruppo di N giapponesi, per ogni posto che visita, fa le foto ricordo nel seguente modo:
- giapponese n. 1 fotografa giapponesi n. 2, 3, ... N davanti al soggetto
- giapponese n. 2 fotografa giapponesi n. 1, 3, ... N davanti al soggetto
- giapponese n. N fotografa giapponesi n. 1, 2, ... N-1 davanti al soggetto
Il soggetto in questione può essere qualsiasi cosa, dalla cascata più alta di tutta la Croazia al semplice cartello con la mappa del parco o l’ingresso di un negozio di souvenir (interessante, vero?).
Come si può intuire, soprattutto in caso di gruppi numerosi, le foto tendono a crescere esponenzialmente (e con esse l’attesa di chi segue).
Purtroppo, se il gruppo in questione è dotato di bastoncino per selfie, scatterà lo stesso almeno una foto per ogni componente del gruppo, perché non si sa mai.








martedì 8 settembre 2015

Acqua rossa



(continuazione di questo post)

Domenica 6 settembre 2015.

Torno a fare il fotografo dilettante nella mia città, di ritorno dal viaggio in cui ho attraversato quattro nuove (almeno per me) nazioni e passato dodici confini di Stato.

Mi trovo ancora in riva al fiume come a fine luglio, alla stessa ora di allora. Ma questa volta è buio (le giornate si stanno accorciando), l’acqua non è così bassa e quieta come la scorsa volta, e sembra che l’intera popolazione della provincia si sia data appuntamento qui intorno. 
Non riuscirò mai a capire la mia città, semideserta per 363 sere all’anno e presa d’assalto nelle rimanenti due. Questa è appunto una di quelle due sere. Per arrivare qui ho dovuto farmi strada tra la gente, sperando di non colpire più o meno accidentalmente qualcuno con il treppiede che ho nello zaino. Fortunatamente qui sotto non c’è la folla che temevo di incontrare, ma solo due o tre fanatici che, a giudicare dalla loro attrezzatura, hanno avuto la mia stessa idea.

L’acqua si tinge soprattutto di rosso, ma anche di bianco, verde, blu e rosa. 

Agorafobico e poco ispirato a scrivere, lascio ancora parlare le immagini.