mercoledì 30 marzo 2016

De gustibus



Ho fatto un esperimento.

L’ispirazione mi è venuta dall’articolo che parlava di un utente di Flickr che ha preso la famosa foto della bici di Henri Cartier-Bresson e l’ha caricata su un gruppo in cui le foto che ricevono commenti negativi vengono rimosse. E’ un articolo di dieci anni fa ma l’ho scoperto solo recentemente ed è purtroppo sempre più valido. Bene, la foto in questione è stata criticata da molti: per la composizione, perché sarebbe poco nitida, e per una serie di altri motivi assurdi, per cui alla fine è stata estromessa dal gruppo. Peccato caro Henri, sarà per la prossima volta ;)

Ci sarebbe da scrivere intere pagine sui milioni di critici da tastiera che appena si collegano a internet si credono esperti di tutto, come se la semplice apertura del browser li investisse -che ne so- di un’ispirazione divina e una conoscenza illimitata, ma siccome non voglio rischiare di diventare una delle loro vittime eviterò di parlarne.

Da un mese ho smesso di caricare le foto su Flickr perché ultimamente mi sembra molto peggiorato come qualità. Sono passato a 500px, che se non altro offre una qualità migliore, ma anche lì il problema è lo stesso: le immagini più popolari o sono photoshoppate all’inverosimile fino a sembrare irreali, o sono ritratti di modelle il cui numero di commenti e di like è inversamente proporzionale alla quantità di vestito che il soggetto indossa.
(E inoltre ho visto talmente tante foto di tramonti al mare con 30 e più secondi di esposizione, luce troppo perfetta, tutto troppo perfetto, che per il momento mi è passata la voglia di organizzare un’uscita fotografica al mare per provare a fare qualcosa di simile. Soggetto troppo inflazionato.)

Il mio esperimento consiste nel caricare due foto su 500px.

La prima:

















La seconda:



















Io non giudico le mie foto, dico solo che la prima l’ho scattata con la reflex dal campanile della cattedrale di Aquileia lo scorso agosto, convertita in bianco e nero e in seguito inviata a un concorso fotografico in cui ha vinto il secondo premio. Che per me valeva più del primo, essendo un corso di fotografia (il primo premio era una crociera). Il corso di fotografia è stato molto utile, anzi lo consiglio a tutti coloro che abitano a Milano e dintorni. Se vi interessa lo trovate a questo link.

La seconda l’ho scattata con lo smartphone a novembre mentre andavo in stazione in bici, come ogni mattina, per recarmi al lavoro. OK, era una bellissima alba, ho fatto apposta una piccola deviazione per andare a fotografarla in quel punto e sfruttare al massimo il riflesso dell’acqua, e forse anche come contenuto c’è qualcosa oltre ai colori: la prospettiva, la simmetria, ecc., però devo ammettere che ho esagerato con gli effetti e l’ho fatta diventare una foto troppo “di impatto”. Per i miei gusti intendo, non per quelli dell’utente medio di Flickr o 500px, a cui le foto di solo impatto piacciono molto. Infatti questa per ora è la foto con più like tra quelle che ho caricato (al momento 50 like, ma stanno ancora aumentando), mentre la prima si era fermata a una decina di like. 

Provo a cercare qualche spiegazione. Su Flickr o 500px vengono caricate centinaia di foto al minuto. Quindi, se guardo il “flow” delle foto che vengono caricate, mi soffermo su un’immagine per pochi secondi. E quasi sempre il bianco e nero non mi colpisce, mentre le immagini iper-photoshoppate mi colpiscono. Una strada con dei passanti, una bici, ecc. può essere una bellissima composizione, ma in pochi secondi non fa in tempo a colpire. Un nudo femminile sì, anche quando non ha niente di artistico.

Dopo tutto questo discorso ho bisogno di andare a visitare qualche bella mostra fotografica e guardare le immagini per tutto il tempo che meritano.

martedì 22 marzo 2016

Arriving somewhere, not here



"È che non bisognerebbe mai immaginarsi qualcosa troppo nel dettaglio perché l'immaginazione finisce per mangiarsi tutto il terreno su cui una cosa potrebbe accadere." [Andrea de Carlo, Due di Due]

A febbraio dicevo di non avere fatto quasi niente, e intanto pensavo a dove avrei potuto andare a fare foto il primo weekend senza pioggia, senza l’influenza e senza altri impegni (intendiamoci, impegni a volte molto piacevoli, come le uscite infrasettimanali a due o le cene etniche tra amici). Ma il problema di quando penso troppo è che mi immagino le cose nel dettaglio, creo aspettative che si ingigantiscono sempre più ogni volta che ci penso e finiscono per diventare del tutto irrealistiche (nel caso specifico, l’aspettativa che mi sono creato ha finito per assumere l’inquietante aspetto di una foto perfetta in cui un soggetto interessante è retroilluminato dalle migliaia di tonalità di colore del tramonto più spettacolare che l’occhio umano abbia mai osservato, mentre i 30+ secondi di esposizione dissolvono l’acqua in primo piano in una nuvola indistinta di vapore e colori sfumati). Mentre nella realtà provo a fare qualcosa e arrivo da qualche parte che spesso non è dove intendevo arrivare, ma in fondo va bene così. La sostanza di questo mio assurdo discorso è che nei weekend di marzo (e a volte anche durante la settimana, mentre tornavo a casa dal lavoro, approfittando del fatto che le giornate si sono allungate) ho finalmente ripreso ad andare in giro non appena potevo e ho fatto molte foto, la maggior parte delle quali mi sembrava fantastica dopo la prima occhiata sul display della reflex, molto meno sullo schermo del PC. Mi sono comunque ripromesso di stamparne qualcuna per vedere che effetto fanno su carta.


  • Prima parte: fuori dall’acqua (6 marzo)

Di come un cielo grigio, freddo, umido e nebbioso ma senza precipitazioni sia quasi un sollievo per chi era ormai abituato alla pioggia. Di insoliti dialoghi riguardanti la vita nel Bronx cittadino e le capre raffigurate nei mosaici medievali. E di come mi stanco presto del grigiore e mi rifugio nella chiesa più bella di Pavia (che è anche quella in cui mi sono sposato) scoprendo tra l’altro una piccola mostra fotografica nella cripta, che mi ha dato l’ispirazione per nuove inquadrature.



 

  •  Seconda parte: luci, ombre e prospettive (12 marzo)
L’ultima volta che visitai Vigevano (di certo più di quindici anni fa, con amici che nel frattempo ho perso tutti di vista tranne uno) avevo forse già iniziato a usare la reflex analogica, ma quel giorno avevo portato solo una usa e getta a pellicola, solo per immortalare il gruppo. E’ tempo di rimediare e di rivisitare la piazza e la strada coperta, e salire per la prima volta sulla torre del Bramante giusto quindici minuti prima della chiusura per poi essere buttati giù dalla torre fatti gentilmente scendere con ancora il treppiede in mano :) 








  • Terza parte: “Not all those who wander are lost” (20 marzo)
Sempre a inseguire le nuvole (stavolta in bici, su un sentiero trovato grazie a Google Maps) per immortalare il tramonto perfetto. Ma le nuvole scappano e mi lasciano con un tramonto normale, quindi provo a cercare nuove inquadrature e vedere se il sole basso all’orizzonte riesce a rendere interessante un paesaggio che ho sempre considerato banale (forse perché ci sono nato). La foto dell’albero secco mi ricorda alcune immagini del viaggio in Namibia. 






  • Quarta parte: ostinato (in corso)

Anche le anatre accampate sulla riva del fiume ormai si staranno chiedendo chi è quel tizio che arriva in bici appena prima del tramonto e fotografa sempre più o meno la stessa cosa, neanche fosse Monet con la cattedrale di Rouen, e infine se ne va senza lasciare nemmeno una briciola di pane.




  •   Quinta parte: Pasqua con i suoi (in programma il prossimo weekend)

Non aspettatevi foto. Più che il cattivo tempo, credo che sarà la polenta taragna a distogliermi dalle uscite ;)

giovedì 10 marzo 2016

Libera uscita



Capita raramente di essere in libera uscita durante la settimana. Ma quando capita (oggi grazie a mia suocera che ci fa da babysitter), il nostro punto di ritrovo è sempre la libreria che prima era un cinema e in origine una chiesa, sempre verso le sei e mezza di sera. 

Quando arrivo prima di lei (come stavolta), all’inizio mi perdo a osservare gli affreschi sul soffitto della chiesa cinema libreria, poi passo senza molta convinzione a curiosare tra le varie sezioni. Stasera vado in quella dei viaggi. Prendo dallo scaffale la guida del Myanmar, guardo le informazioni generali, ma non sono più tanto dell’idea di andarci quest’estate. Leggo: in agosto siamo nel pieno della stagione monsonica e le strade diventano impraticabili. Nope. Metto via la guida e vado a vedere se lei è arrivata.

Non ancora, ma tempo una decina di secondi e la vedo entrare.
Questa volta non ci salutiamo con “Ciao fidanzato!” e “Ciao fidanzata!” come lo scorso luglio, quando per diverse ragioni e contrattempi ci siamo visti così poco che abbiamo deciso di chiamarci in quel modo.

Poco prima abbiamo discusso via chat su come lei faccia a trovare ogni volta uno o più libri da portare a casa. “Io se ne trovo uno è già tanto!”, le ho detto. Ebbene, mi sbagliavo. Un libro per me l’ho avuto subito (o meglio, me l’ha trovato lei), è di uno scrittore islandese di cui adesso non ricordo il nome (Jón Kalman Stefánsson, grazie Google!). Io adoro l’Islanda, come probabilmente tutti già sanno. Poi trovo almeno quattro CD di jazz interessanti a prezzo ridicolo, ma non li compro perché mi viene il dubbio di averli già (andrò comunque a prenderli oggi o domani, dato che poi ho controllato a casa e li ho solo in mp3 di bassa qualità), e infine due libri di fotografia che non ho preso ma ho aggiunto alla wishlist. Lei ha trovato due libri. Eravamo d’accordo che ne avremmo presi in tutto tre, e tre sono. Peccato però che alla cassa ci sono le storie greche per bambini in offerta: lei mi guarda speranzosa e io faccio cenno di sì. Così anche nostro figlio (che all’età di sette anni è già un avido lettore, chissà da chi avrà preso?) avrà il suo libro.

Stasera proviamo un ristorante aperto da poco. E’ in una ex chiesa (ma quante chiese c’erano una volta nella nostra piccola città?). Entriamo. L’ambiente ci piace. I mattoni dell’ex chiesa si vedono ancora sulle colonne. Alle pareti sono appese fotografie e quadri. Penso che mi piacerebbe molto se le mie fossero appese in qualche ristorante o locale. Si sente musica jazz. Io adoro mangiare nei locali in cui mettono musica jazz. Sul treno ascolto metal e al ristorante preferisco il jazz? Sì, sono pieno di contraddizioni, lo so.

Dal telefono e da Whatsapp i nostri amici ci “disturbano” parlando chi di libri chi delle prossime cene etniche in compagnia. Intanto la bottiglia di bianco che avevamo ordinato inizia a calare paurosamente di livello. Credo che non avremo problemi a finirla, anche se siamo solo in due. Il cibo è buono e il mix di cucina locale ed etnica ci fa sentire contemporaneamente a casa e in diversi posti nel mondo. Poi arrivano una fetta di torta al cioccolato con le pere e i limoncelli offerti dalla casa. E infine usciamo e ci incamminiamo, soddisfatti. Ci vuole poco per essere felici. E’ mercoledì, quindi sarebbe il giorno della serata universitaria, tranne che entrambi abbiamo già passato quel periodo della nostra vita, “per fortuna”, dice lei, “non so, qualcosa mi manca di quel periodo. L’età. I capelli. Per il resto sto molto meglio adesso”, rispondo io.



Qualcuno ha detto Islanda??? (Jökulsárlón, agosto 2008)

giovedì 3 marzo 2016

Master!



3 marzo 1986

Avevo quattordici anni ed essendo un nerd sfigato ignoravo ancora quel genere musicale chiamato thrash metal e quindi non potevo sapere che quel giorno, 3 marzo 1986,  uscì l’album capolavoro del genere. (Avevo già sentito il termine, ma avendo capito trash anziché thrash non ero certo attratto da qualcosa che si chiamava metallo spazzatura, comprendetemi). Iniziai a convertirmi a Master of Puppets solo quattro anni dopo (quasi tutti i miei compagni di classe del liceo lo ascoltavano e quindi ho finito per assorbirlo anch’io per osmosi) e da allora mi ha sempre accompagnato ogni volta che ne avevo bisogno. Il giorno di un esame, quando dall’autoradio della mia Renault 5 scassata partiva Disposable Heroes e io alzavo il volume e abbassavo i finestrini; al ritorno dall’esame, quando sempre dalla stessa autoradio partiva Orion e io alzavo ancora di più il volume; ogni volta che per qualsiasi ragione mi sentivo con il morale sotto terra e alla fine di quei 55 minuti di assalto sonoro ascolto diventavo sereno come un monaco buddista e interiormente carico come un atleta prima di una finale che poi avrebbe vinto.

Buon trentesimo anniversario!

La foto è mia. Colleville-sur-Mer, Normandia, estate 2007.