martedì 22 marzo 2016

Arriving somewhere, not here



"È che non bisognerebbe mai immaginarsi qualcosa troppo nel dettaglio perché l'immaginazione finisce per mangiarsi tutto il terreno su cui una cosa potrebbe accadere." [Andrea de Carlo, Due di Due]

A febbraio dicevo di non avere fatto quasi niente, e intanto pensavo a dove avrei potuto andare a fare foto il primo weekend senza pioggia, senza l’influenza e senza altri impegni (intendiamoci, impegni a volte molto piacevoli, come le uscite infrasettimanali a due o le cene etniche tra amici). Ma il problema di quando penso troppo è che mi immagino le cose nel dettaglio, creo aspettative che si ingigantiscono sempre più ogni volta che ci penso e finiscono per diventare del tutto irrealistiche (nel caso specifico, l’aspettativa che mi sono creato ha finito per assumere l’inquietante aspetto di una foto perfetta in cui un soggetto interessante è retroilluminato dalle migliaia di tonalità di colore del tramonto più spettacolare che l’occhio umano abbia mai osservato, mentre i 30+ secondi di esposizione dissolvono l’acqua in primo piano in una nuvola indistinta di vapore e colori sfumati). Mentre nella realtà provo a fare qualcosa e arrivo da qualche parte che spesso non è dove intendevo arrivare, ma in fondo va bene così. La sostanza di questo mio assurdo discorso è che nei weekend di marzo (e a volte anche durante la settimana, mentre tornavo a casa dal lavoro, approfittando del fatto che le giornate si sono allungate) ho finalmente ripreso ad andare in giro non appena potevo e ho fatto molte foto, la maggior parte delle quali mi sembrava fantastica dopo la prima occhiata sul display della reflex, molto meno sullo schermo del PC. Mi sono comunque ripromesso di stamparne qualcuna per vedere che effetto fanno su carta.


  • Prima parte: fuori dall’acqua (6 marzo)

Di come un cielo grigio, freddo, umido e nebbioso ma senza precipitazioni sia quasi un sollievo per chi era ormai abituato alla pioggia. Di insoliti dialoghi riguardanti la vita nel Bronx cittadino e le capre raffigurate nei mosaici medievali. E di come mi stanco presto del grigiore e mi rifugio nella chiesa più bella di Pavia (che è anche quella in cui mi sono sposato) scoprendo tra l’altro una piccola mostra fotografica nella cripta, che mi ha dato l’ispirazione per nuove inquadrature.



 

  •  Seconda parte: luci, ombre e prospettive (12 marzo)
L’ultima volta che visitai Vigevano (di certo più di quindici anni fa, con amici che nel frattempo ho perso tutti di vista tranne uno) avevo forse già iniziato a usare la reflex analogica, ma quel giorno avevo portato solo una usa e getta a pellicola, solo per immortalare il gruppo. E’ tempo di rimediare e di rivisitare la piazza e la strada coperta, e salire per la prima volta sulla torre del Bramante giusto quindici minuti prima della chiusura per poi essere buttati giù dalla torre fatti gentilmente scendere con ancora il treppiede in mano :) 








  • Terza parte: “Not all those who wander are lost” (20 marzo)
Sempre a inseguire le nuvole (stavolta in bici, su un sentiero trovato grazie a Google Maps) per immortalare il tramonto perfetto. Ma le nuvole scappano e mi lasciano con un tramonto normale, quindi provo a cercare nuove inquadrature e vedere se il sole basso all’orizzonte riesce a rendere interessante un paesaggio che ho sempre considerato banale (forse perché ci sono nato). La foto dell’albero secco mi ricorda alcune immagini del viaggio in Namibia. 






  • Quarta parte: ostinato (in corso)

Anche le anatre accampate sulla riva del fiume ormai si staranno chiedendo chi è quel tizio che arriva in bici appena prima del tramonto e fotografa sempre più o meno la stessa cosa, neanche fosse Monet con la cattedrale di Rouen, e infine se ne va senza lasciare nemmeno una briciola di pane.




  •   Quinta parte: Pasqua con i suoi (in programma il prossimo weekend)

Non aspettatevi foto. Più che il cattivo tempo, credo che sarà la polenta taragna a distogliermi dalle uscite ;)

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