giovedì 10 marzo 2016

Libera uscita



Capita raramente di essere in libera uscita durante la settimana. Ma quando capita (oggi grazie a mia suocera che ci fa da babysitter), il nostro punto di ritrovo è sempre la libreria che prima era un cinema e in origine una chiesa, sempre verso le sei e mezza di sera. 

Quando arrivo prima di lei (come stavolta), all’inizio mi perdo a osservare gli affreschi sul soffitto della chiesa cinema libreria, poi passo senza molta convinzione a curiosare tra le varie sezioni. Stasera vado in quella dei viaggi. Prendo dallo scaffale la guida del Myanmar, guardo le informazioni generali, ma non sono più tanto dell’idea di andarci quest’estate. Leggo: in agosto siamo nel pieno della stagione monsonica e le strade diventano impraticabili. Nope. Metto via la guida e vado a vedere se lei è arrivata.

Non ancora, ma tempo una decina di secondi e la vedo entrare.
Questa volta non ci salutiamo con “Ciao fidanzato!” e “Ciao fidanzata!” come lo scorso luglio, quando per diverse ragioni e contrattempi ci siamo visti così poco che abbiamo deciso di chiamarci in quel modo.

Poco prima abbiamo discusso via chat su come lei faccia a trovare ogni volta uno o più libri da portare a casa. “Io se ne trovo uno è già tanto!”, le ho detto. Ebbene, mi sbagliavo. Un libro per me l’ho avuto subito (o meglio, me l’ha trovato lei), è di uno scrittore islandese di cui adesso non ricordo il nome (Jón Kalman Stefánsson, grazie Google!). Io adoro l’Islanda, come probabilmente tutti già sanno. Poi trovo almeno quattro CD di jazz interessanti a prezzo ridicolo, ma non li compro perché mi viene il dubbio di averli già (andrò comunque a prenderli oggi o domani, dato che poi ho controllato a casa e li ho solo in mp3 di bassa qualità), e infine due libri di fotografia che non ho preso ma ho aggiunto alla wishlist. Lei ha trovato due libri. Eravamo d’accordo che ne avremmo presi in tutto tre, e tre sono. Peccato però che alla cassa ci sono le storie greche per bambini in offerta: lei mi guarda speranzosa e io faccio cenno di sì. Così anche nostro figlio (che all’età di sette anni è già un avido lettore, chissà da chi avrà preso?) avrà il suo libro.

Stasera proviamo un ristorante aperto da poco. E’ in una ex chiesa (ma quante chiese c’erano una volta nella nostra piccola città?). Entriamo. L’ambiente ci piace. I mattoni dell’ex chiesa si vedono ancora sulle colonne. Alle pareti sono appese fotografie e quadri. Penso che mi piacerebbe molto se le mie fossero appese in qualche ristorante o locale. Si sente musica jazz. Io adoro mangiare nei locali in cui mettono musica jazz. Sul treno ascolto metal e al ristorante preferisco il jazz? Sì, sono pieno di contraddizioni, lo so.

Dal telefono e da Whatsapp i nostri amici ci “disturbano” parlando chi di libri chi delle prossime cene etniche in compagnia. Intanto la bottiglia di bianco che avevamo ordinato inizia a calare paurosamente di livello. Credo che non avremo problemi a finirla, anche se siamo solo in due. Il cibo è buono e il mix di cucina locale ed etnica ci fa sentire contemporaneamente a casa e in diversi posti nel mondo. Poi arrivano una fetta di torta al cioccolato con le pere e i limoncelli offerti dalla casa. E infine usciamo e ci incamminiamo, soddisfatti. Ci vuole poco per essere felici. E’ mercoledì, quindi sarebbe il giorno della serata universitaria, tranne che entrambi abbiamo già passato quel periodo della nostra vita, “per fortuna”, dice lei, “non so, qualcosa mi manca di quel periodo. L’età. I capelli. Per il resto sto molto meglio adesso”, rispondo io.



Qualcuno ha detto Islanda??? (Jökulsárlón, agosto 2008)

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