Saronno, 14
febbraio 2015
E’ da ieri che la
canzone “One Hundred Years” dei Cure viene riprodotta in modalità repeat nella
mia mente. Finisce e ricomincia. Finisce e ricomincia. Cento anni, e poi ancora
cento, e altri cento, all’infinito…
Il motivo è
semplice, e non c’entra con il tema della canzone (una delle più dark e potenti
dei Cure, e incidentalmente anche una delle mie preferite), né tanto meno con
il testo, che parla di morte e di cose cupe, tristi, violente e nere. Il motivo
è nel titolo della canzone.
Il motivo è che
una persona che mi è molto cara oggi compie cento anni (auguri nonna!).
La festa con
rimpatriata è d’obbligo.
(io sono
fondamentalmente un asociale, ma adoro le rimpatriate).
La nonna ha la
sindrome di Benjamin Button. Nel senso che, ogni volta che guardo il suo viso,
mi sembra ringiovanita. Dice che non le pare di avere vissuto cento anni, le
sono sembrati molti meno.
Mi fa molto
piacere rivedere i miei cugini, alcuni dei quali non vedevo da (troppi) anni.
C’è anche un mio amico di infanzia che abitava nello stesso condominio di mia
nonna e con cui ho giocato per molte estati, insieme ad altri bambini/ragazzi,
nell’enorme prato condominiale.
(flashback)
Le partite di
nascondino duravano ore: ci si poteva nascondere in uno dei due palazzi di
sette piani formati da due scale ciascuno, oppure nell’area box che si trovava
sotto il prato, che mi sembrava un labirinto, oppure in qualche angolo del
cortile/prato o dietro un cespuglio. La tana era una quercia che si trovava
proprio in mezzo al prato.
(fine flashback)
La quercia è
stata tagliata qualche anno fa, poco prima che mia nonna lasciasse il suo
appartamento per andare nella casa di riposo dove vive tutt’ora e dove ci
troviamo in questo momento in cui il presente e il passato si fondono alla
perfezione.
Ma alla fine il
presente mi chiama a gran voce.
E la canzone dei
Cure continua a farsi largo tra gli spazi della mia mente.
I nonni mi regalavano sempre delle biglie di vetro quando andavo a trovarli da piccolo (la foto è mia- via Flickr)

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