Casa, 19 agosto 2014,
pomeriggio.
E adesso che cosa
faccio? (a parte mettere i ricordi in un posto sicuro)
Dove andrò la
prossima volta?
Se mi piace
essere cittadino del mondo, perché finora ho abitato solo nella mia città
natale?
(ed altre domande
esistenziali del genere)
Comunque mi sento
più ricco e felice. Se la vita fosse un gioco di ruolo, ogni viaggio sarebbe un
passaggio al livello di esperienza successivo.
…
Un’ora prima mi
trovavo a Milano su un pullman diretto alla stazione Centrale e facevo l’inevitabile
confronto tra il vuoto disorganizzato che
vedevo per le strade, come se la città fosse appena stata abbandonata in fretta
da tutti i suoi abitanti (è il 19 agosto, quindi togliete pure il “come se”) e
il caos organizzato delle città thai che avevo appena visitato, un caos che
all’inizio ti lascia senza fiato e senza la minima idea di dove andare, a meno
che tu non abbia (come nel nostro caso) un parente che viene a prenderti in
aeroporto e chiama un tuk-tuk per portarti a destinazione.
Confronto impari.
Vince il caos. Detto da uno a cui piacciono la tranquillità e i posti in cui
non si incontra anima viva per ore…
…
Circa dodici ore
prima mi trovavo a correre con zaino e valigia lungo l’aeroporto di Abu Dhabi,
maledicendo il percorso ad ostacoli delle decine di negozi disseminati ad arte per impedire ai poveri
viaggiatori di prendere la coincidenza invogliare i viaggiatori a
contribuire al consumismo, ma al tempo stesso benedicendo Etihad per avere
ritardato la coincidenza in modo da consentirci di prenderla al volo.
In quel momento
volevo solo portare tutto a casa.
Proprio tutto, anche
l’avventura della coincidenza quasi persa, da conservare in quel posto speciale
in cui sono andate a finire anche la storia dello pneumatico scoppiato vicino a
Solitaire, Namibia, e quella dell’autista che si era quasi dimenticato di
andare a prendere una coppia di neo-sposi a Rotorua in Nuova Zelanda.
…
Circa
ventiquattro ore prima mi trovavo su un treno della metropolitana di Bangkok
con addosso una maglietta sudata e puzzolente, ma comunque meno sudata e
puzzolente di tutte le altre magliette che avevo in valigia, perfettamente
consapevole del fatto che avevo bisogno di una doccia ma avrei potuto farla
soltanto un altro giorno e in un altro paese lontano migliaia di chilometri da
dove mi trovavo in quel momento.
Subito dopo avere
sentito un forte rumore metallico nei pressi della stazione di Ramkhamaeng, lo
sguardo mi cadde su un cartello. Sul cartello c’era scritto che presso la stazione
di Ramkhamaeng è normale sentire un forte rumore metallico. Tutto torna.
Packet: sento
odore di durian.
Skutul: penso di
essere io. O meglio, la mia maglietta.
(continua)
Quartiere Chinatown di Bangkok, 18 agosto 2014 (link)


