lunedì 9 marzo 2015

Tu hai...



(continua dal post precedente)

E’ una fredda mattina di febbraio. Guardo fuori dalla finestra e vedo il cortile sul retro di una normale casa tedesca. Niente di interessante.
Continua a nevischiare.
L’albergo in cui mi trovo sembra uscito da un episodio dell’ispettore Derrick. Mi aspetto di veder comparire l’ispettore in persona da un momento all’altro nel locale in cui mi trovo a fare colazione, ma le uniche persone che si trovano lì sono due signori in trasferta lavorativa (che sembrano anch’essi delle comparse di un episodio dell’ispettore Derrick) e una giovane coppia.
La colazione è buona e così abbondante che potrei anche non pranzare.
La birra e la cena di ieri sera e la dormita di stanotte mi hanno fatto bene, anche se la stanchezza è ancora presente come un rumore di fondo nella mia mente.

La città (l’avevo già notato ieri sera, ma con la luce di stamattina me ne accorgo meglio) è piena di parole. Parole disegnate sulla pista ciclabile lungo il Danubio, parole in stampatello scritte in bianco su sfondo rosso sulla piazza vicino alla quale ieri sera ho perso il tappo della macchina fotografica.
Vado dall’albergo alla piazza e poi dalla piazza verso il fiume.
E in quel momento ritrovo il tappo della macchina fotografica, esattamente dove era caduto ieri sera, in mezzo alle rocce.
Sorrido e salto di gioia (interiormente) per il ritrovamento effettuato.
E poi, improvvisamente, tornando alla piazza di prima, noto la scritta:

DU HAST

Bianca, su sfondo rosso.

Dovete sapere che non sono un fan dei Rammstein, ma ci sono quelle due o tre loro canzoni (una delle quali è appunto “Du Hast”) che mi si appiccicano alla mente con una facilità estrema. Bene, ho appena risolto il problema della mancanza di musica durante il viaggio di ritorno: non avendo portato CD o MP3, avrei dovuto accontentarmi delle noiose radio tedesche e svizzere, invece ora avrò la mia fantastica musica interiore, Du Hast, per molte ore in modalità repeat nella mia testa (bacata).

Du
Du hast
Du hast mich…

Tu hai me.

Attraverso il ponte sul Danubio, come ieri sera, in direzione del landmark più appariscente, e sul quale voglio salire: il campanile della cattedrale. Esso è stato per qualche tempo (verso la fine del secolo XIX, se non ricordo male) l’edificio più alto del mondo ed è tuttora il campanile più alto del mondo. Per una curiosa coincidenza, un anno fa ero salito su un altro campanile che, per qualche tempo, intorno al 1550-1600, è stato l’edificio più alto del mondo, e si trovava molto più a nord-est di dove mi trovo ora (a Tallinn, per la precisione). E per una non curiosa non-coincidenza, proprio mentre mi dirigo verso la cattedrale, sto pensando al libro che ho finito di leggere da poco, Q, in cui si parla del campanile della cattedrale di Münster a cui, per qualche tempo intorno al 1530-1550, furono appese tre gabbie contenenti i corpi torturati di tre capi della rivolta anabattista. 

Entro nella cattedrale. L’interno è più moderno di quanto mi aspettassi. Dalla figura che vedo sopra l’ingresso della navata principale (foto), sospetto che il Signore Oscuro, Sauron, sia venerato tra i santi di questa chiesa. Faccio una decina di passi avanti, mi volto indietro, guardo in alto e non vedo altro che un angelo con la spada in mano. Ma l’angelo ha un’aria terribile e il sospetto rimane.

Inizio a salire le centinaia di gradini che mi porteranno in cima al campanile a metà del campanile, perché l’ultima rampa di scale oggi è chiusa a causa della neve. Peccato. Tornerò un'altra volta e salirò fino in cima? Dipende se la porta di cui parlavo ieri è aperta o chiusa.

(pausa flashback)

Sono passati due anni e non sono più tornato su quel campanile. In compenso sono salito sulla terrazza del duomo di Milano, anche se non è mai stato l’edificio più alto del mondo.

(ripresa flashback)

L’aria si fa sempre più fredda e ogni tanto vedo tracce di neve negli angoli più esposti alle intemperie e sui musi dei gargoyle. Arrivo ben presto fin dove si può arrivare, ovvero a circa 70 metri di altezza. Il panorama spazia su tutta la città, anche se le sole cose che mi rimangono impresse sono le tende colorate del mercato sulla piazza della cattedrale, e l’Ikea appena fuori dal centro.
Qui non vedo nessuna gabbia per i torturati. Come è giusto che sia, dato che questa non è Münster. 

Du
Du hasst
Du hasst mich…
Tu mi odi.
Tu chiudi la porta (e io non lo so ancora).
Io torno a casa, intanto che il vento spazza via le nuvole e mi regala viste impagabili delle Alpi svizzere mentre guido e contemporaneamente consumo il mio pranzo (un brezel dolce) ascoltando noiose radio svizzero-tedesche. Torno da chi ha me, lontano da chi ha chiesto a me e io non ho detto niente.

Du
Du hast
Du hast mich
Du hast mich gefragt
Du hast mich gefragt und ich hab nichts gesagt

(fine flashback)

La torre di Barad-Dûr cattedrale di Ulm in una fredda sera di febbraio (link)

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