(continua dal post precedente)
E’ una fredda
mattina di febbraio. Guardo fuori dalla finestra e vedo il cortile sul retro di
una normale casa tedesca. Niente di interessante.
Continua a
nevischiare.
L’albergo in cui
mi trovo sembra uscito da un episodio dell’ispettore Derrick. Mi aspetto di
veder comparire l’ispettore in persona da un momento all’altro nel locale in
cui mi trovo a fare colazione, ma le uniche persone che si trovano lì sono due
signori in trasferta lavorativa (che sembrano anch’essi delle comparse di un
episodio dell’ispettore Derrick) e una giovane coppia.
La colazione è
buona e così abbondante che potrei anche non pranzare.
La birra e la
cena di ieri sera e la dormita di stanotte mi hanno fatto bene, anche se la
stanchezza è ancora presente come un rumore di fondo nella mia mente.
La città (l’avevo
già notato ieri sera, ma con la luce di stamattina me ne accorgo meglio) è
piena di parole. Parole disegnate sulla pista ciclabile lungo il Danubio,
parole in stampatello scritte in bianco su sfondo rosso sulla piazza vicino
alla quale ieri sera ho perso il tappo della macchina fotografica.
Vado dall’albergo
alla piazza e poi dalla piazza verso il fiume.
E in quel momento
ritrovo il tappo della macchina fotografica, esattamente dove era caduto ieri
sera, in mezzo alle rocce.
Sorrido e salto
di gioia (interiormente) per il ritrovamento effettuato.
E poi,
improvvisamente, tornando alla piazza di prima, noto la scritta:
DU HAST
Bianca, su sfondo
rosso.
Dovete sapere che
non sono un fan dei Rammstein, ma ci sono quelle due o tre loro canzoni (una
delle quali è appunto “Du Hast”) che mi si appiccicano alla mente con una
facilità estrema. Bene, ho appena risolto il problema della mancanza di musica
durante il viaggio di ritorno: non avendo portato CD o MP3, avrei dovuto
accontentarmi delle noiose radio tedesche e svizzere, invece ora avrò la mia
fantastica musica interiore, Du Hast, per molte ore in modalità repeat nella
mia testa (bacata).
Du
Du hast
Du hast mich…
Tu hai me.
Attraverso il
ponte sul Danubio, come ieri sera, in direzione del landmark più appariscente,
e sul quale voglio salire: il campanile della cattedrale. Esso è stato per
qualche tempo (verso la fine del secolo XIX, se non ricordo male) l’edificio
più alto del mondo ed è tuttora il campanile più alto del mondo. Per una
curiosa coincidenza, un anno fa ero salito su un altro campanile che, per
qualche tempo, intorno al 1550-1600, è stato l’edificio più alto del mondo, e
si trovava molto più a nord-est di dove mi trovo ora (a Tallinn, per la
precisione). E per una non curiosa non-coincidenza, proprio mentre mi dirigo
verso la cattedrale, sto pensando al libro che ho finito di leggere da poco, Q, in cui si parla del campanile della
cattedrale di Münster a cui, per qualche tempo intorno al 1530-1550, furono
appese tre gabbie contenenti i corpi torturati di tre capi della rivolta
anabattista.
Entro nella
cattedrale. L’interno è più moderno di quanto mi aspettassi. Dalla figura che
vedo sopra l’ingresso della navata principale (foto), sospetto che il Signore Oscuro, Sauron, sia
venerato tra i santi di questa chiesa. Faccio una decina di passi avanti, mi
volto indietro, guardo in alto e non vedo altro che un angelo con la spada in
mano. Ma l’angelo ha un’aria terribile e il sospetto rimane.
Inizio a salire
le centinaia di gradini che mi porteranno in cima al campanile a metà del campanile, perché l’ultima rampa di scale oggi è chiusa a causa della
neve. Peccato. Tornerò un'altra volta e salirò fino in cima? Dipende se la porta di cui parlavo ieri è
aperta o chiusa.
(pausa flashback)
Sono passati due
anni e non sono più tornato su quel campanile. In compenso sono salito sulla
terrazza del duomo di Milano, anche se non è mai stato l’edificio più alto del
mondo.
(ripresa flashback)
L’aria si fa
sempre più fredda e ogni tanto vedo tracce di neve negli angoli più esposti alle
intemperie e sui musi dei gargoyle. Arrivo ben presto fin dove si può arrivare,
ovvero a circa 70 metri di altezza. Il panorama spazia su tutta la città, anche
se le sole cose che mi rimangono impresse sono le tende colorate del mercato
sulla piazza della cattedrale, e l’Ikea appena fuori dal centro.
Qui non vedo
nessuna gabbia per i torturati. Come è giusto che sia, dato che questa non è Münster.
Du
Du
hasst
Du hasst mich…
Tu mi odi.
Tu chiudi la
porta (e io non lo so ancora).
Io torno a casa, intanto
che il vento spazza via le nuvole e mi regala viste impagabili delle Alpi
svizzere mentre guido e contemporaneamente consumo il mio pranzo (un brezel
dolce) ascoltando noiose radio svizzero-tedesche. Torno da chi ha me,
lontano da chi ha chiesto a me e io non ho detto niente.
Du
Du hast
Du hast mich
Du hast mich gefragt
Du hast mich gefragt und ich hab nichts gesagt
Du hast
Du hast mich
Du hast mich gefragt
Du hast mich gefragt und ich hab nichts gesagt
(fine flashback)
La torre di Barad-Dûr cattedrale di Ulm in una fredda sera di febbraio (link)
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