lunedì 30 marzo 2015

Wanderlust (1a parte)



Casa, 19 agosto 2014, pomeriggio.

E adesso che cosa faccio? (a parte mettere i ricordi in un posto sicuro)

Dove andrò la prossima volta?

Se mi piace essere cittadino del mondo, perché finora ho abitato solo nella mia città natale?

(ed altre domande esistenziali del genere)

Comunque mi sento più ricco e felice. Se la vita fosse un gioco di ruolo, ogni viaggio sarebbe un passaggio al livello di esperienza successivo.


Un’ora prima mi trovavo a Milano su un pullman diretto alla stazione Centrale e facevo l’inevitabile confronto tra il vuoto disorganizzato che vedevo per le strade, come se la città fosse appena stata abbandonata in fretta da tutti i suoi abitanti (è il 19 agosto, quindi togliete pure il “come se”) e il caos organizzato delle città thai che avevo appena visitato, un caos che all’inizio ti lascia senza fiato e senza la minima idea di dove andare, a meno che tu non abbia (come nel nostro caso) un parente che viene a prenderti in aeroporto e chiama un tuk-tuk per portarti a destinazione. 

Confronto impari. Vince il caos. Detto da uno a cui piacciono la tranquillità e i posti in cui non si incontra anima viva per ore…


Circa dodici ore prima mi trovavo a correre con zaino e valigia lungo l’aeroporto di Abu Dhabi, maledicendo il percorso ad ostacoli delle decine di negozi disseminati ad arte per impedire ai poveri viaggiatori di prendere la coincidenza invogliare i viaggiatori a contribuire al consumismo, ma al tempo stesso benedicendo Etihad per avere ritardato la coincidenza in modo da consentirci di prenderla al volo.

In quel momento volevo solo portare tutto a casa. 
Proprio tutto, anche l’avventura della coincidenza quasi persa, da conservare in quel posto speciale in cui sono andate a finire anche la storia dello pneumatico scoppiato vicino a Solitaire, Namibia, e quella dell’autista che si era quasi dimenticato di andare a prendere una coppia di neo-sposi a Rotorua in Nuova Zelanda.


Circa ventiquattro ore prima mi trovavo su un treno della metropolitana di Bangkok con addosso una maglietta sudata e puzzolente, ma comunque meno sudata e puzzolente di tutte le altre magliette che avevo in valigia, perfettamente consapevole del fatto che avevo bisogno di una doccia ma avrei potuto farla soltanto un altro giorno e in un altro paese lontano migliaia di chilometri da dove mi trovavo in quel momento.

Subito dopo avere sentito un forte rumore metallico nei pressi della stazione di Ramkhamaeng, lo sguardo mi cadde su un cartello. Sul cartello c’era scritto che presso la stazione di Ramkhamaeng è normale sentire un forte rumore metallico. Tutto torna.

Packet: sento odore di durian.

Skutul: penso di essere io. O meglio, la mia maglietta.

(continua)

 Quartiere Chinatown di Bangkok, 18 agosto 2014 (link)


Nessun commento:

Posta un commento