Mi trovo a casa dei miei genitori e sono seduto
sul divano.
Una mia amica che vive all’estero è venuta a
trovarmi. Non ci vedevamo da molto tempo, quindi abbiamo un sacco di cose da
raccontarci.
Parlando del più e del meno, ad un certo punto mi
dice qualcosa riguardo al neo-sindaco di Pavia, Sergio M------.
La interrompo. – Quel Sergio M------, il
professore? –
- Sì.
- Il nostro professore?
- Certo.
- Quello che…
…è…
(non so come dirlo)
…morto?
…
Tre o quattro anni
fa, credo. Tra di noi lo chiamavamo
sempre per cognome come di solito si usa con i professori, di conseguenza non ricordavo che si chiamasse Sergio, ma evidentemente nei
sogni ho una memoria migliore di quella che ho da sveglio.
E’ buio. Devono
essere più o meno le cinque del mattino. Di sabato mattina, per essere precisi. Quindi adesso mi riaddormenterò all’istante. Sono quasi sicuro che il sogno non
riprenderà, perché con quella domanda l’ho interrotto troppo violentemente,
facendolo scoppiare come una bolla di sapone.
Di solito non
intervengo nei sogni, li lascio continuare per la loro strada, anche se la
strada diverge dalla realtà.
Ma quello era
esattamente l’opposto della realtà.
Se era la mia
amica a parlarmi di ciò che era successo a Pavia, probabilmente non era lei ad
essere andata a vivere all’estero, ma io. Io ero tornato a trovare parenti e amici per qualche giorno. Il che spiega anche il fatto che mi trovassi a casa dei miei genitori, e non a casa mia.
La materia di cui
sono fatti i sogni a volte è antimateria: cose non successe, persone che non
vivono più, strade che non abbiamo preso, luoghi che in comune con la realtà
hanno solo il nome…
Le porte
scorrevoli che nella realtà abbiamo trovato chiuse, spesso nei sogni sono
aperte. E quelle che abbiamo trovato aperte, spesso sono chiuse.
(flashback)
E’ una sera di
metà febbraio di due anni fa e una delle porte scorrevoli a cui accennavo poco
fa si è da poco chiusa, anche se io non lo so ancora. Immagino che fosse rimasta
aperta solo per un breve istante, e probabilmente il signore che l’ha aperta e poi chiusa non aveva la minima idea di quello che stesse facendo e di chi avesse realmente bisogno.
Cercando di non pensare alla porta, mi aggiro per la città con un’aria che vorrebbe essere sveglia e attenta ad ogni particolare, ma è invece molto confusa ed esitante a causa della stanchezza (sono in piedi dalle quattro di stamattina e ho guidato attraverso tre Stati per arrivare qui) e soprattutto a causa della grandissima incertezza sul fatto che questa possa diventare o meno la mia città.
Cercando di non pensare alla porta, mi aggiro per la città con un’aria che vorrebbe essere sveglia e attenta ad ogni particolare, ma è invece molto confusa ed esitante a causa della stanchezza (sono in piedi dalle quattro di stamattina e ho guidato attraverso tre Stati per arrivare qui) e soprattutto a causa della grandissima incertezza sul fatto che questa possa diventare o meno la mia città.
Fa freddo e sta
nevischiando.
Il tappo della
mia macchina fotografica è caduto lungo l’argine del Danubio mentre facevo questa foto e ora forse sta galleggiando. Chissà, magari tra
qualche giorno arriverà in Romania. O forse è rimasto incastrato tra le rocce
dell’argine e posso recuperarlo. Ma adesso è troppo buio per cercarlo,
riproverò domani mattina.
Riprendo a
camminare.
Se questa diventerà
la mia città, devo familiarizzare con essa. E, in caso contrario, forse non mi
capiterà mai più di tornarci, quindi tanto vale visitarla. Cercherò per il
momento di non pensare alle mie necessità primarie (nell’ordine: una birra, una
cena, un letto; più a lungo termine: un lavoro). Adesso mi sento un totale Ausländer, ma domani… chissà.
(continua)
Ich brauche ein Bier (via Flickr)

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