lunedì 29 giugno 2015

Luftballon



28 giugno.

Oggi sono in montagna.

Fuori dalla baita c’è un prato che scende verso valle.
La pendenza è sufficiente a fare rotolare una palla lungo tutto il prato fino a perderla nel bosco che si trova più in basso, a meno che non incontri ostacoli o non sia una palla da rugby (come quella che ho lanciato ieri mentre giocavo con mio figlio, che difatti si è fermata a metà del prato).

Quando guardo in quella direzione, spero sempre di vedere i caprioli che spuntano dal bosco. Un paio di volte sono riuscito a vederli.
Ma oggi non sono i caprioli ad attirare la mia attenzione.

L’ha notato prima mio suocero.

Qualcosa di bianco su un cespuglio all’inizio del bosco, in fondo al prato.

Vediamo se con il binocolo si distingue meglio.

C’è anche qualcosa di rosso, sembra un nastro o una corda.

Cerco di guardare più attentamente, ma mi confondo ancora di più le idee. Però nel frattempo mi è salita la curiosità e quindi decido di scendere fino in fondo al prato per vedere di cosa si tratta.

Mentre scendo, il prato mi sembra meno ripido di come appariva dall’alto. Alle mie ginocchia invece continua a sembrare molto ripido.

Arrivo in fondo.

E’ un foglio attaccato a un nastro rosso.

Mi sento sempre più curioso.

Fortunatamente riesco ad arrivare al cespuglio, che si trova proprio al limite del sentiero oltre il quale inizia il precipizio verso il torrente, e prendo il foglio.

Il nastro rosso è in realtà un palloncino scoppiato. Deve esserci stata una festa in qualche paese della bassa Valtellina.

Non proprio.

Sul foglio c’è un cuore con la scritta 27/06/2015 Just Married e un testo in tedesco. Allora viene dalla Svizzera. Il palloncino in effetti è completamente sfilacciato, come se avesse fatto molta strada per arrivare fin qui.

Lieber Finder, Liebe Finderin,
Schön, dass Sie den Luftballon gefunden haben. Bitte schicken Sie diese Karte schnellstmöglich an das Brautpaar zurück, damit dieses folgende Hochzeits-Überraschung erhält.

Mentre risalgo verso la baita e faccio appello alla mia scarsa e arrugginita conoscenza del tedesco per tradurre la frase, penso che sarebbe stata una bella idea se il giorno del mio matrimonio avessi lanciato anch'io dei palloncini come quelli. Anche se probabilmente i palloncini si sarebbero persi nelle nebbie della bassa pavese senza andare molto lontano.

A spanne e con l’aiuto del traduttore di Google, concludo che devo rispedire questo messaggio agli sposini per avere in omaggio un invito a prendere il caffè da loro.

L’indirizzo è sul retro del foglio.

Quando trovo la località su Google Maps rimango a bocca aperta.

Possibile che un palloncino riesca a volare, in meno di un giorno, dalla periferia di Zurigo fino al versante sud della Valtellina superando tra l’altro diverse catene di 3000-4000 metri?

Allora forse ha ragione mio figlio quando dice che i palloncini che sono stati lanciati in oratorio lo scorso settembre a quest’ora saranno arrivati su Marte…

Spediremo il messaggio agli sposini. Forse saranno stupiti quanto noi.

Seguiranno aggiornamenti.


Sono le 23.30, ma la mia reflex pensa che sia giorno (da Flickr)

giovedì 25 giugno 2015

Liberatorio



Prima metà degli anni ’90.

E’ un mattino di fine giugno. Un osservatore casuale vede una Renault 5 color grigio metallizzato ferma al semaforo, con alla guida uno studente universitario. Dall’autoradio della Renault 5 in questo momento esce Disposable Heroes dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da interessare (o disturbare, a seconda che il thrash metal piaccia o meno) i passanti.

Dall’espressione sul volto dello studente, sembra lui il ventunenne di cui parla la canzone dei Metallica, mandato al massacro in una guerra inutile.

In senso figurato, la guerra c’entra.

E’ una guerra contro se stessi, contro i propri limiti.

A volte si vince, a volte si perde. Se si perde, non è la fine di tutto, ma “solo” la scocciatura e l’ansia di dovere studiare di nuovo e ripresentarsi.

Se si vince…


Sono passate alcune ore e lo studente di prima esce dalla Nave. Sorride. Deve riflettere qualche secondo per ricordarsi in quale dei due parcheggi ha lasciato la Renault 5, poi gli viene in mente. Sorride di nuovo.

La strada gli sembra meno trafficata. La città gli sembra meravigliosa.

Dall’autoradio in questo momento esce Orion dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da essere chiaramente udita da tutti i passanti e da tutte le case con le finestre aperte. Un osservatore casuale potrebbe accorgersi che lo studente alla guida ha un’espressione a metà strada tra la beatitudine e l’euforia, un’espressione da pazzo felice, in sostanza. 

L’auto scorre da sola lungo le strade, forse non ha neanche bisogno delle ruote perché viaggia sospesa a qualche centimetro dall’asfalto, sembra telecomandata da qualche entità superiore. Lo studente riflette sul fatto che, nelle cose migliori che ha fatto nella vita, gli è sempre sembrato di essere telecomandato da qualche entità superiore. Il quarantenne che scrive non può che essere d’accordo, dato che ha sperimentato diverse volte questa sensazione anche negli anni successivi.

A casa rimane solo una cosa da fare.

Il rito liberatorio.

Mettere via libri e appunti, in un posto in cui so dove trovarli nel caso ne avessi bisogno, ma non troppo visibile, perché almeno per un po’ non li devo e non li voglio vedere.

(Il rito ha avuto una sola variante, in occasione dell’ultimo esame. Sono andato in sala prove. Lì c’era un camino inutilizzato da anni. Ho messo gli appunti dell’ultimo esame nel camino. Ho preso un accendino, l’ho acceso e l’ho avvicinato ai fogli. Mi sono seduto lì vicino, per terra, a guardare lo spettacolo e constatare come mi sentissi sempre più leggero man mano che i fogli si consumavano. Sì, lo so, a volte sembro pazzo...)



lunedì 22 giugno 2015

La materia di cui sono fatti i sogni (parti III - IV)



17 giugno

Mi trovo in un complesso di uffici e laboratori che occupa un intero piano di un palazzo. Non so esattamente dove si trovi il palazzo, ma credo in una città degli Stati Uniti.
Con me ci sono mio figlio, che ha 11 anni*, e un mio collega che si chiama Paolo**.
Sono qui per lavoro e, a quanto pare, si tratta di una missione della massima segretezza, della quale non posso rivelare quasi nessun particolare.
In questo momento devo misurare la lunghezza totale del complesso. Sono a una delle estremità e da qui si può arrivare in linea retta con lo sguardo fino all’altra estremità, dato che non ci sono porte (o, se ci sono, sono tutte aperte). So già il risultato, perché mio figlio ha già fatto il calcolo:
- E’ facilissimo papà, le piastrelle sono lunghe 1 metro e 25 centimetri e ne ho contate 80, quindi la lunghezza totale è 100 metri.
Però inizio lo stesso a misurare.
Nella seconda stanza, che è un ufficio in parte open-space e in parte chiuso, incontro un mio amico che si chiama Pietro, che mi saluta e mi dice:
- Immagino che tu non mi possa dire cosa stai facendo, data la segretezza della tua missione…
E io:
- Questo te lo posso dire: sto facendo delle misure.
E inizia a seguirmi mentre faccio il giro di quella stanza, catalogando mentalmente tutti gli spazi tra un ufficio e l’altro e tutte le persone che lavorano lì (sono molte più di quanto credessi). Pietro mi dice che da qualche parte qui intorno incontrerò altri amici di vecchia data, che lavorano qui. Proseguo, ma qualcosa mi interrompe…


Accendo la luce della sveglia. No, non è ancora ora di alzarsi. Sono solo le quattro e mezza, anche se fuori c’è già qualche segnale dell’alba e i merli hanno iniziato a cantare.
Credo di essermi riaddormentato e svegliato ancora un paio di volte, ma il sogno non è ripreso.

---

* in realtà ne ha sei e mezzo
** uguale al vero Paolo solo perché vestito di nero, per il resto completamente diverso



22 giugno

La mia auto, che ho comprato da poco, è gialla*** e sportiva.
Sono fermo vicino all’auto in attesa di ripartire, ma per ora non posso, dato che tutta l’area qui intorno è piena di manifestanti.
I manifestanti hanno un aspetto abbastanza pacifico e protestano per questioni di lavoro e di ingiustizia sociale. Non capisco tutto quello che dicono, evidentemente sono stranieri (o meglio, sono io ad essere straniero qui).
Ad un certo punto uno di essi prende un manifesto e cerca di attaccarlo piuttosto violentemente al cofano della mia auto. Iniziamo una lunga discussione in cui cerco di spiegargli che capisco i motivi della loro protesta e li condivido, ma non vorrei ritrovarmi il cofano ammaccato per un semplice manifesto.
Nel frattempo un altro uomo, che non fa parte dei manifestanti, interviene per dirmi che la mia auto ha il freno a mano che non funziona. In effetti vedo che si sta spostando in avanti di qualche centimetro.
La discussione con il manifestante prosegue finché un suono, che sembra provenire prima da molto lontano e poi si avvicina sempre più, non la interrompe bruscamente.


Sono le sei e mezza di lunedì mattina, spengo la sveglia, e mentre mi avvio con passo da zombi verso la cucina penso che forse i manifestanti del sogno erano i miei neuroni. E penso anche che dovrei sistemare i freni della mia bici.

---

*** non ho mai avuto un’auto gialla e, se mi regalassero un’auto sportiva, probabilmente la venderei, ma prima di venderla ci farei un giro giusto per dire che l’ho fatto.

Contare le piastrelle... (via Flickr)

lunedì 15 giugno 2015

101 Reykjavík



Reykjavík, 16 agosto 2008, pomeriggio.

Non so se siamo esattamente a 101 Reykjavík (che per chi non lo sapesse è il codice postale del centro cittadino, nonché il titolo di un libro che probabilmente conosciamo solo io e mia moglie, da cui è stato tratto un film che probabilmente conosciamo solo io, mia moglie e Wikipedia), ma al momento la cosa non mi interessa.

La novità è che stanotte dormiremo in un hotel. Un gran passo avanti rispetto ai campeggi frequentati da pochi individui coraggiosi e molti spettri, in cui abbiamo sfidato freddo e vento fino a due notti fa (la notte precedente infatti avevamo fatto un passo di avvicinamento verso la civiltà andando a dormire in una guesthouse).

L’hotel è dotato di tutte le comodità a cui non siamo più abituati. C’è addirittura un televisore nella hall dell’albergo (non ne vedevo uno acceso da una settimana), che trasmette la telecronaca della finale olimpica di pallamano a cui l’Islanda è arrivata neanche tanto sorprendentemente, dato che qui la pallamano è lo sport nazionale.

Saliamo nella nostra camera, indossiamo vestiti  più presentabili, ci diamo un minimo di contegno e infine usciamo a visitare la città.

Per un mio errore di valutazione lasciamo l’auto (la Toyota Celica rossa di cui parlavo qui) nel parcheggio dell’hotel, situato alla periferia della città vicino alla sede della leggendaria agenzia viaggi Guðmundur Jónasson, il cui spirito-guida ci ha accompagnato per tutto il viaggio sotto forma di pullman e pulmini bianco-azzurri che abbiamo incrociato praticamente ovunque.
O onnipresente Guðmundur Jónasson, guidaci ancora una volta verso la nostra destinazione!

Pensavo che da lì al centro sarebbe stata una breve camminata…


…e invece non lo è stata (tenete conto che mia moglie trasportava anche un piccolo passeggero che quattro mesi dopo è diventato nostro figlio).

Arriviamo giusto mezz’ora prima della chiusura della mostra fotografica di Viggo Mortensen, che abbiamo deciso più o meno di comune accordo di andare a vedere (traduzione: lei ha deciso perché voleva vedere Viggo, a me andava bene perché volevo vedere il suo stile fotografico). Ne valeva la pena. Sembra di essere sul set de Il Signore degli Anelli, e non solo. Di solito non desidero minimamente vivere le vite degli altri, nemmeno se sono famosi e/o ricchi, però non sarebbe male essere uno che sa fare l’attore, il fotografo, il cantante e tanto altro ancora, parla cinque lingue, ha vissuto in mezzo mondo…

Per ora nessuna traccia dei luoghi del libro e del film di 101 Reykjavík. C’è solo una copia del libro in una libreria che si trova nello stesso edificio della mostra. La copertina è diversa da quella dell’edizione italiana e mi ricorda un po’ quella di Trainspotting o di qualche altro libro di Irvine Welsh. Quella dell’edizione italiana invece ha i colori tenui in stile “generico autore scandinavo”.

Usciti dalla mostra, smettiamo di correre limitandoci a camminare.

Inutile dire che la città ci sembra enorme in confronto a Ísafjörður, che a sua volta ci sembrava enorme rispetto alle località di 5-10 case che solitamente incontravamo lungo la strada.

“Ciao Leifur!” dico alla sua statua che si trova davanti alla Hallgrimskirkja. L’amico Leifur Eiríksson non è altri che il primo occidentale sbarcato sulle coste americane intorno all’anno 1000. La Hallgrimskirkja purtroppo è in restauro e in parte ricoperta da impalcature, quindi devo purtroppo rinunciare alle mie pretese di fare una foto artistica (che sarebbe comunque stata poco artistica, visto il cielo grigio e inespressivo di oggi).

Poco lontano, sulla via dei negozi, una bici parcheggiata in cima a un lampione attira la mia attenzione. Ma solo perché sono straniero, immagino. Agli occhi di un popolo che parla con gli elfi, credo che sia del tutto normale vedere una bici parcheggiata in cima a un lampione.

E’ quasi ora di cena.

Il ristorante prescelto è un posto apparentemente molto chic che si trova nella zona del porto. Il menu consiste in decine di varietà di fish and chips. Ne scelgo una più o meno a caso e, quando arriva, la divoro con gusto.

Dopo cena è l’ora dei gatti.

Escono dai cortili sul retro delle case (cortili in cui, come ho appena notato, regna un completo disordine di oggetti arrugginiti misti a erbacce). Un gatto fantasma ci sfiora in BergÞórugata 1 (faccio in tempo a fotografarlo), un altro ci segue e ci fa preoccupare molto quando attraversa con estrema nonchalance una trafficatissima strada a due corsie appena fuori dal centro.

All’estremità opposta della strada si trova la scultura Sólfar, che sembra lo scheletro di una nave vichinga. Il sole è tramontato da poco (sono le dieci di sera) e il panorama della baia si accende di luci elettriche.

E’ ora di rientrare nel nostro comodissimo hotel, ma prima ci tocca la stessa interminabile camminata dell’andata. 

Il piccolo passeggero di cinque mesi ospitato da mia moglie inizia ad esprimere tutto il suo disappunto per la camminata.

Se vedessimo almeno un pullman di Guðmundur Jónasson che va nella nostra direzione, potremmo farci dare un passaggio…

 Guðmundur Jónasson

Il gatto fantasma in Bergþórugata1 (anche su Flickr)



Trovare un posto per parcheggiare la bici può essere un problema

Sólfar