Reykjavík, 16
agosto 2008, pomeriggio.
Non so se siamo esattamente
a 101 Reykjavík (che per chi non lo sapesse è il codice postale del centro
cittadino, nonché il titolo di un libro che probabilmente conosciamo solo io e
mia moglie, da cui è stato tratto un film che probabilmente conosciamo solo io,
mia moglie e Wikipedia), ma al momento la cosa non mi interessa.
La novità è che
stanotte dormiremo in un hotel. Un gran passo avanti rispetto ai campeggi
frequentati da pochi individui coraggiosi e molti spettri, in cui abbiamo
sfidato freddo e vento fino a due notti fa (la notte precedente infatti avevamo
fatto un passo di avvicinamento verso la civiltà andando a dormire in una
guesthouse).
L’hotel è dotato
di tutte le comodità a cui non siamo più abituati. C’è addirittura un televisore
nella hall dell’albergo (non ne vedevo uno acceso da una settimana), che trasmette
la telecronaca della finale olimpica di pallamano a cui l’Islanda è arrivata
neanche tanto sorprendentemente, dato che qui la pallamano è lo sport
nazionale.
Saliamo nella
nostra camera, indossiamo vestiti più
presentabili, ci diamo un minimo di contegno e infine usciamo a visitare la
città.
Per un mio errore
di valutazione lasciamo l’auto (la Toyota Celica rossa di cui parlavo qui) nel parcheggio dell’hotel, situato alla
periferia della città vicino alla sede della leggendaria agenzia viaggi Guðmundur
Jónasson, il cui spirito-guida ci ha accompagnato per tutto il viaggio sotto
forma di pullman e pulmini bianco-azzurri che abbiamo incrociato praticamente
ovunque.
O onnipresente Guðmundur
Jónasson, guidaci ancora una volta verso la nostra destinazione!
Pensavo che da lì
al centro sarebbe stata una breve camminata…
…
…e invece non lo
è stata (tenete conto che mia moglie trasportava anche un piccolo passeggero
che quattro mesi dopo è diventato nostro figlio).
Arriviamo giusto
mezz’ora prima della chiusura della mostra fotografica di Viggo Mortensen, che
abbiamo deciso più o meno di comune accordo di andare a vedere (traduzione: lei
ha deciso perché voleva vedere Viggo, a me andava bene perché volevo vedere il
suo stile fotografico). Ne valeva la pena. Sembra di essere sul set de Il
Signore degli Anelli, e non solo. Di solito non desidero minimamente vivere le
vite degli altri, nemmeno se sono famosi e/o ricchi, però non sarebbe male
essere uno che sa fare l’attore, il fotografo, il cantante e tanto altro
ancora, parla cinque lingue, ha vissuto in mezzo mondo…
Per ora nessuna
traccia dei luoghi del libro e del film di 101 Reykjavík. C’è solo una copia
del libro in una libreria che si trova nello stesso edificio della mostra. La
copertina è diversa da quella dell’edizione italiana e mi ricorda un po’ quella
di Trainspotting o di qualche altro libro di Irvine Welsh. Quella dell’edizione
italiana invece ha i colori tenui in stile “generico autore scandinavo”.
Usciti dalla
mostra, smettiamo di correre limitandoci a camminare.
Inutile dire che
la città ci sembra enorme in confronto a Ísafjörður, che a sua volta ci
sembrava enorme rispetto alle località di 5-10 case che solitamente
incontravamo lungo la strada.
“Ciao Leifur!”
dico alla sua statua che si trova davanti alla Hallgrimskirkja. L’amico Leifur
Eiríksson non è altri che il primo occidentale sbarcato sulle coste americane
intorno all’anno 1000. La Hallgrimskirkja purtroppo è in restauro e in parte
ricoperta da impalcature, quindi devo purtroppo rinunciare alle mie pretese di
fare una foto artistica (che sarebbe comunque stata poco artistica, visto il
cielo grigio e inespressivo di oggi).
Poco lontano,
sulla via dei negozi, una bici parcheggiata in cima a un lampione attira la mia
attenzione. Ma solo perché sono straniero, immagino. Agli occhi di un popolo
che parla con gli elfi, credo che sia del tutto normale vedere una bici
parcheggiata in cima a un lampione.
E’ quasi ora di cena.
Il ristorante
prescelto è un posto apparentemente molto chic che si trova nella zona del
porto. Il menu consiste in decine di varietà di fish and chips. Ne scelgo una
più o meno a caso e, quando arriva, la divoro con gusto.
Dopo cena è l’ora
dei gatti.
Escono dai
cortili sul retro delle case (cortili in cui, come ho appena notato, regna un
completo disordine di oggetti arrugginiti misti a erbacce). Un gatto fantasma
ci sfiora in BergÞórugata 1 (faccio in tempo a fotografarlo), un altro ci segue
e ci fa preoccupare molto quando attraversa con estrema nonchalance una
trafficatissima strada a due corsie appena fuori dal centro.
All’estremità
opposta della strada si trova la scultura Sólfar, che sembra lo
scheletro di una nave vichinga. Il sole è tramontato da poco (sono le dieci di
sera) e il panorama della baia si accende di luci elettriche.
E’
ora di rientrare nel nostro comodissimo hotel, ma prima ci tocca la stessa
interminabile camminata dell’andata.
Il
piccolo passeggero di cinque mesi ospitato da mia moglie inizia ad esprimere
tutto il suo disappunto per la camminata.
Se vedessimo
almeno un pullman di Guðmundur Jónasson che va nella nostra direzione, potremmo
farci dare un passaggio…
Guðmundur Jónasson
Il gatto fantasma in Bergþórugata1 (anche su Flickr)
Trovare un posto per parcheggiare la bici può essere un problema
Sólfar




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