lunedì 15 giugno 2015

101 Reykjavík



Reykjavík, 16 agosto 2008, pomeriggio.

Non so se siamo esattamente a 101 Reykjavík (che per chi non lo sapesse è il codice postale del centro cittadino, nonché il titolo di un libro che probabilmente conosciamo solo io e mia moglie, da cui è stato tratto un film che probabilmente conosciamo solo io, mia moglie e Wikipedia), ma al momento la cosa non mi interessa.

La novità è che stanotte dormiremo in un hotel. Un gran passo avanti rispetto ai campeggi frequentati da pochi individui coraggiosi e molti spettri, in cui abbiamo sfidato freddo e vento fino a due notti fa (la notte precedente infatti avevamo fatto un passo di avvicinamento verso la civiltà andando a dormire in una guesthouse).

L’hotel è dotato di tutte le comodità a cui non siamo più abituati. C’è addirittura un televisore nella hall dell’albergo (non ne vedevo uno acceso da una settimana), che trasmette la telecronaca della finale olimpica di pallamano a cui l’Islanda è arrivata neanche tanto sorprendentemente, dato che qui la pallamano è lo sport nazionale.

Saliamo nella nostra camera, indossiamo vestiti  più presentabili, ci diamo un minimo di contegno e infine usciamo a visitare la città.

Per un mio errore di valutazione lasciamo l’auto (la Toyota Celica rossa di cui parlavo qui) nel parcheggio dell’hotel, situato alla periferia della città vicino alla sede della leggendaria agenzia viaggi Guðmundur Jónasson, il cui spirito-guida ci ha accompagnato per tutto il viaggio sotto forma di pullman e pulmini bianco-azzurri che abbiamo incrociato praticamente ovunque.
O onnipresente Guðmundur Jónasson, guidaci ancora una volta verso la nostra destinazione!

Pensavo che da lì al centro sarebbe stata una breve camminata…


…e invece non lo è stata (tenete conto che mia moglie trasportava anche un piccolo passeggero che quattro mesi dopo è diventato nostro figlio).

Arriviamo giusto mezz’ora prima della chiusura della mostra fotografica di Viggo Mortensen, che abbiamo deciso più o meno di comune accordo di andare a vedere (traduzione: lei ha deciso perché voleva vedere Viggo, a me andava bene perché volevo vedere il suo stile fotografico). Ne valeva la pena. Sembra di essere sul set de Il Signore degli Anelli, e non solo. Di solito non desidero minimamente vivere le vite degli altri, nemmeno se sono famosi e/o ricchi, però non sarebbe male essere uno che sa fare l’attore, il fotografo, il cantante e tanto altro ancora, parla cinque lingue, ha vissuto in mezzo mondo…

Per ora nessuna traccia dei luoghi del libro e del film di 101 Reykjavík. C’è solo una copia del libro in una libreria che si trova nello stesso edificio della mostra. La copertina è diversa da quella dell’edizione italiana e mi ricorda un po’ quella di Trainspotting o di qualche altro libro di Irvine Welsh. Quella dell’edizione italiana invece ha i colori tenui in stile “generico autore scandinavo”.

Usciti dalla mostra, smettiamo di correre limitandoci a camminare.

Inutile dire che la città ci sembra enorme in confronto a Ísafjörður, che a sua volta ci sembrava enorme rispetto alle località di 5-10 case che solitamente incontravamo lungo la strada.

“Ciao Leifur!” dico alla sua statua che si trova davanti alla Hallgrimskirkja. L’amico Leifur Eiríksson non è altri che il primo occidentale sbarcato sulle coste americane intorno all’anno 1000. La Hallgrimskirkja purtroppo è in restauro e in parte ricoperta da impalcature, quindi devo purtroppo rinunciare alle mie pretese di fare una foto artistica (che sarebbe comunque stata poco artistica, visto il cielo grigio e inespressivo di oggi).

Poco lontano, sulla via dei negozi, una bici parcheggiata in cima a un lampione attira la mia attenzione. Ma solo perché sono straniero, immagino. Agli occhi di un popolo che parla con gli elfi, credo che sia del tutto normale vedere una bici parcheggiata in cima a un lampione.

E’ quasi ora di cena.

Il ristorante prescelto è un posto apparentemente molto chic che si trova nella zona del porto. Il menu consiste in decine di varietà di fish and chips. Ne scelgo una più o meno a caso e, quando arriva, la divoro con gusto.

Dopo cena è l’ora dei gatti.

Escono dai cortili sul retro delle case (cortili in cui, come ho appena notato, regna un completo disordine di oggetti arrugginiti misti a erbacce). Un gatto fantasma ci sfiora in BergÞórugata 1 (faccio in tempo a fotografarlo), un altro ci segue e ci fa preoccupare molto quando attraversa con estrema nonchalance una trafficatissima strada a due corsie appena fuori dal centro.

All’estremità opposta della strada si trova la scultura Sólfar, che sembra lo scheletro di una nave vichinga. Il sole è tramontato da poco (sono le dieci di sera) e il panorama della baia si accende di luci elettriche.

E’ ora di rientrare nel nostro comodissimo hotel, ma prima ci tocca la stessa interminabile camminata dell’andata. 

Il piccolo passeggero di cinque mesi ospitato da mia moglie inizia ad esprimere tutto il suo disappunto per la camminata.

Se vedessimo almeno un pullman di Guðmundur Jónasson che va nella nostra direzione, potremmo farci dare un passaggio…

 Guðmundur Jónasson

Il gatto fantasma in Bergþórugata1 (anche su Flickr)



Trovare un posto per parcheggiare la bici può essere un problema

Sólfar 

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