17 giugno
Mi trovo in un complesso di uffici e laboratori
che occupa un intero piano di un palazzo. Non so esattamente dove si trovi il
palazzo, ma credo in una città degli Stati Uniti.
Con me ci sono mio figlio, che ha 11 anni*, e un
mio collega che si chiama Paolo**.
Sono qui per lavoro e, a quanto pare, si tratta di
una missione della massima segretezza, della quale non posso rivelare quasi
nessun particolare.
In questo momento devo misurare la lunghezza
totale del complesso. Sono a una delle estremità e da qui si può arrivare in
linea retta con lo sguardo fino all’altra estremità, dato che non ci sono porte
(o, se ci sono, sono tutte aperte). So già il risultato,
perché mio figlio ha già fatto il calcolo:
- E’ facilissimo papà, le piastrelle sono lunghe 1
metro e 25 centimetri e ne ho contate 80, quindi la lunghezza totale è 100
metri.
Però inizio lo stesso a misurare.
Nella seconda stanza, che è un ufficio in parte
open-space e in parte chiuso, incontro un mio amico che si chiama Pietro, che
mi saluta e mi dice:
- Immagino che tu non mi possa dire cosa stai
facendo, data la segretezza della tua missione…
E io:
- Questo te lo posso dire: sto facendo delle
misure.
E inizia a seguirmi mentre faccio il giro di
quella stanza, catalogando mentalmente tutti gli spazi tra un ufficio e l’altro
e tutte le persone che lavorano lì (sono molte più di quanto credessi). Pietro
mi dice che da qualche parte qui intorno incontrerò altri amici di vecchia
data, che lavorano qui. Proseguo, ma qualcosa mi interrompe…
…
Accendo la luce
della sveglia. No, non è ancora ora di alzarsi. Sono solo le quattro e mezza,
anche se fuori c’è già qualche segnale dell’alba e i merli hanno iniziato a
cantare.
Credo di essermi
riaddormentato e svegliato ancora un paio di volte, ma il sogno non è ripreso.
---
* in realtà ne ha
sei e mezzo
** uguale al vero
Paolo solo perché vestito di nero, per il resto completamente diverso
22 giugno
La mia auto, che ho comprato da poco, è gialla*** e
sportiva.
Sono fermo vicino all’auto in attesa di ripartire,
ma per ora non posso, dato che tutta l’area qui intorno è piena di
manifestanti.
I manifestanti hanno un aspetto abbastanza pacifico
e protestano per questioni di lavoro e di ingiustizia sociale. Non capisco
tutto quello che dicono, evidentemente sono stranieri (o meglio, sono io ad
essere straniero qui).
Ad un certo punto uno di essi prende un manifesto
e cerca di attaccarlo piuttosto violentemente al cofano della mia auto. Iniziamo
una lunga discussione in cui cerco di spiegargli che capisco i motivi della
loro protesta e li condivido, ma non vorrei ritrovarmi il cofano ammaccato per
un semplice manifesto.
Nel frattempo un altro uomo, che non fa parte dei
manifestanti, interviene per dirmi che la mia auto ha il freno a mano che non
funziona. In effetti vedo che si sta spostando in avanti di qualche centimetro.
La discussione con il manifestante prosegue finché
un suono, che sembra provenire prima da molto lontano e poi si avvicina sempre
più, non la interrompe bruscamente.
…
Sono le sei e
mezza di lunedì mattina, spengo la sveglia, e mentre mi avvio con passo da
zombi verso la cucina penso che forse i manifestanti del sogno erano i miei
neuroni. E penso anche che dovrei sistemare i freni della mia bici.
---
*** non ho mai
avuto un’auto gialla e, se mi regalassero un’auto sportiva, probabilmente la
venderei, ma prima di venderla ci farei un giro giusto per dire che l’ho fatto.
Contare le piastrelle... (via Flickr)

Nessun commento:
Posta un commento