lunedì 22 giugno 2015

La materia di cui sono fatti i sogni (parti III - IV)



17 giugno

Mi trovo in un complesso di uffici e laboratori che occupa un intero piano di un palazzo. Non so esattamente dove si trovi il palazzo, ma credo in una città degli Stati Uniti.
Con me ci sono mio figlio, che ha 11 anni*, e un mio collega che si chiama Paolo**.
Sono qui per lavoro e, a quanto pare, si tratta di una missione della massima segretezza, della quale non posso rivelare quasi nessun particolare.
In questo momento devo misurare la lunghezza totale del complesso. Sono a una delle estremità e da qui si può arrivare in linea retta con lo sguardo fino all’altra estremità, dato che non ci sono porte (o, se ci sono, sono tutte aperte). So già il risultato, perché mio figlio ha già fatto il calcolo:
- E’ facilissimo papà, le piastrelle sono lunghe 1 metro e 25 centimetri e ne ho contate 80, quindi la lunghezza totale è 100 metri.
Però inizio lo stesso a misurare.
Nella seconda stanza, che è un ufficio in parte open-space e in parte chiuso, incontro un mio amico che si chiama Pietro, che mi saluta e mi dice:
- Immagino che tu non mi possa dire cosa stai facendo, data la segretezza della tua missione…
E io:
- Questo te lo posso dire: sto facendo delle misure.
E inizia a seguirmi mentre faccio il giro di quella stanza, catalogando mentalmente tutti gli spazi tra un ufficio e l’altro e tutte le persone che lavorano lì (sono molte più di quanto credessi). Pietro mi dice che da qualche parte qui intorno incontrerò altri amici di vecchia data, che lavorano qui. Proseguo, ma qualcosa mi interrompe…


Accendo la luce della sveglia. No, non è ancora ora di alzarsi. Sono solo le quattro e mezza, anche se fuori c’è già qualche segnale dell’alba e i merli hanno iniziato a cantare.
Credo di essermi riaddormentato e svegliato ancora un paio di volte, ma il sogno non è ripreso.

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* in realtà ne ha sei e mezzo
** uguale al vero Paolo solo perché vestito di nero, per il resto completamente diverso



22 giugno

La mia auto, che ho comprato da poco, è gialla*** e sportiva.
Sono fermo vicino all’auto in attesa di ripartire, ma per ora non posso, dato che tutta l’area qui intorno è piena di manifestanti.
I manifestanti hanno un aspetto abbastanza pacifico e protestano per questioni di lavoro e di ingiustizia sociale. Non capisco tutto quello che dicono, evidentemente sono stranieri (o meglio, sono io ad essere straniero qui).
Ad un certo punto uno di essi prende un manifesto e cerca di attaccarlo piuttosto violentemente al cofano della mia auto. Iniziamo una lunga discussione in cui cerco di spiegargli che capisco i motivi della loro protesta e li condivido, ma non vorrei ritrovarmi il cofano ammaccato per un semplice manifesto.
Nel frattempo un altro uomo, che non fa parte dei manifestanti, interviene per dirmi che la mia auto ha il freno a mano che non funziona. In effetti vedo che si sta spostando in avanti di qualche centimetro.
La discussione con il manifestante prosegue finché un suono, che sembra provenire prima da molto lontano e poi si avvicina sempre più, non la interrompe bruscamente.


Sono le sei e mezza di lunedì mattina, spengo la sveglia, e mentre mi avvio con passo da zombi verso la cucina penso che forse i manifestanti del sogno erano i miei neuroni. E penso anche che dovrei sistemare i freni della mia bici.

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*** non ho mai avuto un’auto gialla e, se mi regalassero un’auto sportiva, probabilmente la venderei, ma prima di venderla ci farei un giro giusto per dire che l’ho fatto.

Contare le piastrelle... (via Flickr)

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