giovedì 25 giugno 2015

Liberatorio



Prima metà degli anni ’90.

E’ un mattino di fine giugno. Un osservatore casuale vede una Renault 5 color grigio metallizzato ferma al semaforo, con alla guida uno studente universitario. Dall’autoradio della Renault 5 in questo momento esce Disposable Heroes dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da interessare (o disturbare, a seconda che il thrash metal piaccia o meno) i passanti.

Dall’espressione sul volto dello studente, sembra lui il ventunenne di cui parla la canzone dei Metallica, mandato al massacro in una guerra inutile.

In senso figurato, la guerra c’entra.

E’ una guerra contro se stessi, contro i propri limiti.

A volte si vince, a volte si perde. Se si perde, non è la fine di tutto, ma “solo” la scocciatura e l’ansia di dovere studiare di nuovo e ripresentarsi.

Se si vince…


Sono passate alcune ore e lo studente di prima esce dalla Nave. Sorride. Deve riflettere qualche secondo per ricordarsi in quale dei due parcheggi ha lasciato la Renault 5, poi gli viene in mente. Sorride di nuovo.

La strada gli sembra meno trafficata. La città gli sembra meravigliosa.

Dall’autoradio in questo momento esce Orion dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da essere chiaramente udita da tutti i passanti e da tutte le case con le finestre aperte. Un osservatore casuale potrebbe accorgersi che lo studente alla guida ha un’espressione a metà strada tra la beatitudine e l’euforia, un’espressione da pazzo felice, in sostanza. 

L’auto scorre da sola lungo le strade, forse non ha neanche bisogno delle ruote perché viaggia sospesa a qualche centimetro dall’asfalto, sembra telecomandata da qualche entità superiore. Lo studente riflette sul fatto che, nelle cose migliori che ha fatto nella vita, gli è sempre sembrato di essere telecomandato da qualche entità superiore. Il quarantenne che scrive non può che essere d’accordo, dato che ha sperimentato diverse volte questa sensazione anche negli anni successivi.

A casa rimane solo una cosa da fare.

Il rito liberatorio.

Mettere via libri e appunti, in un posto in cui so dove trovarli nel caso ne avessi bisogno, ma non troppo visibile, perché almeno per un po’ non li devo e non li voglio vedere.

(Il rito ha avuto una sola variante, in occasione dell’ultimo esame. Sono andato in sala prove. Lì c’era un camino inutilizzato da anni. Ho messo gli appunti dell’ultimo esame nel camino. Ho preso un accendino, l’ho acceso e l’ho avvicinato ai fogli. Mi sono seduto lì vicino, per terra, a guardare lo spettacolo e constatare come mi sentissi sempre più leggero man mano che i fogli si consumavano. Sì, lo so, a volte sembro pazzo...)



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