Prima metà degli
anni ’90.
E’ un mattino di
fine giugno. Un osservatore casuale vede una Renault 5 color grigio metallizzato ferma al semaforo, con
alla guida uno studente universitario. Dall’autoradio della Renault 5 in questo
momento esce Disposable Heroes dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da interessare (o
disturbare, a seconda che il thrash metal piaccia o meno) i passanti.
Dall’espressione
sul volto dello studente, sembra lui il ventunenne di cui parla la canzone dei
Metallica, mandato al massacro in una guerra inutile.
In senso figurato,
la guerra c’entra.
E’ una guerra
contro se stessi, contro i propri limiti.
A volte si vince,
a volte si perde. Se si perde, non è la fine di tutto, ma “solo” la scocciatura
e l’ansia di dovere studiare di nuovo e ripresentarsi.
Se si vince…
…
Sono passate
alcune ore e lo studente di prima esce dalla Nave. Sorride. Deve riflettere
qualche secondo per ricordarsi in quale dei due parcheggi ha lasciato la
Renault 5, poi gli viene in mente. Sorride di nuovo.
La strada gli
sembra meno trafficata. La città gli sembra meravigliosa.
Dall’autoradio in
questo momento esce Orion
dei Metallica, ad un volume sufficientemente alto da essere chiaramente udita
da tutti i passanti e da tutte le case con le finestre aperte. Un osservatore
casuale potrebbe accorgersi che lo studente alla guida ha un’espressione a metà
strada tra la beatitudine e l’euforia, un’espressione da pazzo felice, in
sostanza.
L’auto scorre da
sola lungo le strade, forse non ha neanche bisogno delle ruote perché viaggia
sospesa a qualche centimetro dall’asfalto, sembra telecomandata da qualche entità
superiore. Lo studente riflette sul fatto che, nelle cose migliori che ha fatto
nella vita, gli è sempre sembrato di essere telecomandato da qualche entità
superiore. Il quarantenne che scrive non può che essere d’accordo, dato che ha sperimentato
diverse volte questa sensazione anche negli anni successivi.
A casa rimane
solo una cosa da fare.
Il rito
liberatorio.
Mettere via libri
e appunti, in un posto in cui so dove trovarli nel caso ne avessi bisogno, ma
non troppo visibile, perché almeno per un po’ non li devo e non li voglio
vedere.
(Il rito ha avuto
una sola variante, in occasione dell’ultimo esame. Sono andato in sala prove.
Lì c’era un camino inutilizzato da anni. Ho messo gli appunti dell’ultimo esame
nel camino. Ho preso un accendino, l’ho acceso e l’ho avvicinato ai fogli. Mi
sono seduto lì vicino, per terra, a guardare lo spettacolo e constatare come mi
sentissi sempre più leggero man mano che i fogli si consumavano. Sì, lo so, a
volte sembro pazzo...)

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