martedì 13 ottobre 2015

Koi no yokan



L’anno nuovo è iniziato in modo strano. 
Non c’è più traccia delle macerie in cui era finito quello appena trascorso, ma ancora non si vede un percorso ben definito, solo vaghe sensazioni, premonizioni. Succederanno cose, dice l’indovino che è in me. Incontrerò persone di cui so che mi innamorerò non appena le avrò guardate per la prima volta, dice il romantico sfigato che è in me.

E’ una sera di metà gennaio e sto ascoltando musica prima di uscire.
Stasera c’è una festa di compleanno. Sapevo da tempo che ci sarebbe stato questo evento, dato che uno dei festeggiati è mio fratello, ma stranamente oggi lo vedo solo come un diversivo, una deviazione dalla strada che mi sembrava di avere iniziato a percorrere dall’inizio dell’anno.
Succederanno cose, pensavo, ma probabilmente non stasera.

Esco.
Fuori fa freddo, ma non troppo. L’auto su cui mi trovo si ferma davanti al cimitero. Un insolito punto di ritrovo per un appuntamento, penso.
Quando, dopo pochi minuti, arriva una Ford Ka e si affianca alla nostra, ho come una sensazione di déjà-vu, una lampadina che si accende nella mia testa senza che mi venga in mente il perché.
Salutiamo e ci avviamo in carovana verso la cascina in cui si terrà la festa.
Non mesta, spero.

Al nostro arrivo, inizio a guardarmi in giro e salutare la numerosa compagnia che si è riunita qui.
Mi avvicino a una ragazza seduta su una sedia in un angolo della stanza. La conosco solo di vista, ma senza alcun motivo apparente decido di rivolgerle la parola come se fossimo vecchi amici:
“Come va?”
Non potevo immaginare le conseguenze che quelle parole avrebbero avuto.
Mi sorride e iniziamo a parlare di noi, di musica, di viaggi…
“Dove ci siamo incontrati prima di adesso?”, penso.

Ho un flash.
Lo scorso maggio, agli Orti Borromaici, c’era un concerto. Io arrivai lì di corsa direttamente dal lavoro, incazzato nero, dopo avere attraversato in auto un inferno che aveva le sembianze dell’hinterland milanese colpito da una violenta grandinata.
Le nuvole iniziarono a diradarsi e infine a scomparire, e con esse il nero del mio umore.
La vidi, e senza alcun motivo apparente le sorrisi.
Lei mi sorrise. Ricordo bene quel sorriso, lo stesso che adesso vedo ogni giorno e ha il potere di diradare qualsiasi nuvola mi stia passando per la mente.
Forse era quello il déjà-vu.
Non era certo quello dello scorso aprile, alla sua festa di laurea (in cui, come ho scoperto più tardi, mi ha odiato perché io ero quello con la fidanzata pacco che è arrivata dopo mezzanotte facendo ritardare il brindisi e il taglio della torta).
E nemmeno, qualche mese ancora prima, a Spazio Musica, dove non ci siamo quasi visti.
Ero in compagnia di persone poco interessanti, secondo lei.
Né di certo qualche anno prima, a una lezione di matematica del primo anno di biologia, in cui mi ero infiltrato insieme ai miei compagni di ingegneria per fare i pirla.
Siete pessimi, direbbe lei. Inqualificabili.

Se non riconosci la strada da percorrere, a volte è lei che riconosce te e ti guida.

E così inizio a sentirmi guidato, verso qualcosa, qualcuno.
Le parole mi escono da sole.
I bicchieri di vino si riempiono e si svuotano da soli, sia il mio che il suo.
Improvvisamente gli invitati iniziano a lasciare la festa. Sembrano passati solo pochi minuti, in realtà siamo qui da qualche ora.
Ci salutiamo. Chissà quando la rivedrò.
Torno a casa, vado a letto, e il giorno dopo (è domenica) mi sveglio con il chiodo fisso.
Il chiodo fisso di quando incontro una persona che mi interessa conoscere meglio e per questo non riesco a togliermela dalla testa.
I giapponesi hanno un’espressione per questa mia sensazione, che in italiano non sono riuscito a spiegare con parole esatte: koi no yokan.
Mio fratello va già oltre e dice che mi aggiro per casa con aria assente.
A nulla serve, per distrarmi, iniziare un nuovo torneo a Fifa 98 conducendo l’ennesima squadra materasso (oggi tocca al Kazakhstan) dai gironi di qualificazione fino alla finale di Coppa del Mondo, vincendola 1-0 con gol di un certo Nazarbayev su rigore.
Forse ci sentiremo via email (Facebook e Whatsapp sarebbero stati creati qualche anno più tardi - n.d.A) e forse ci rivedremo presto.

(continua)




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