lunedì 19 ottobre 2015

Liberi tutti



Tensione.
Una rapida, furtiva occhiata oltre l’angolo dell’edificio.

La meta era in vista ma ancora lontana, quando iniziai ad avvertire una sensazione di pericolo, poi sentii un grido. Iniziai a correre.

Respiro affannoso, cuore che batteva forte e sguardo che ogni tanto si concentrava su qualche filo d’erba o su delle margherite, che scorrevano a una velocità impressionante sotto di me per poi uscire rapidamente dal campo visivo.
Correvamo a perdifiato, con le guardie sempre alle nostre calcagna. Mi sembrava di correre così veloce che, se avessi accelerato ancora di più, probabilmente le gambe mi si sarebbero staccate dal corpo e sarebbero andate avanti a correre per conto loro per qualche secondo, prima di accorgersi di non avere più un cervello che le comandava.
Ogni tanto mi guardavo indietro, ma solo per constatare tristemente che non riuscivo a guadagnare nemmeno un metro di distanza dai nostri inseguitori. Tanto che, ad un certo punto, smisi definitivamente di guardarmi indietro: ne sentivo comunque la presenza e il fiato sul collo.

Eravamo in due, io e lei. Non sapevamo dove fosse il resto della nostra squadra: forse erano salvi, forse erano stati presi.
 “Non so se ce la facciamo”, mi disse lei, e io mi voltai di lato per guardarla.
Mi guardò cercando di sorridere.

Quello sguardo, ancora adesso, a distanza di molti anni, non riesco a spiegarmelo del tutto.

Avvertii come una sensazione di vicinanza, di familiarità, eppure non avevo mai visto prima quella bambina: sapevo solo che era la nipote di una signora che abitava in quel complesso di condominii e, come me, si trovava lì per trascorrere qualche giorno dai nonni durante le vacanze estive.
I ragazzi più grandi mi avevano detto che veniva dal Lussemburgo. Io sapevo perfettamente dove si trova il Lussemburgo, perché a quella tenera età avevo già iniziato a curiosare tra atlanti e carte geografiche, ma mi sembrava comunque un luogo molto lontano e quasi leggendario.

All’epoca ero ancora un bambino, molto più interessato a giocare che a guardare le mie coetanee.
Ma la guardai ancora, per diversi istanti.
E poi, con una decisione impulsiva che al momento non riuscii a spiegarmi, feci finta di inciampare e mi lasciai prendere dalle guardie.
La bambina, non più inseguita, corse indisturbata verso la grande quercia che si trovava proprio in mezzo al cortile, toccò il tronco e gridò con tutto il fiato che le era rimasto:

“LIBERI TUTTI!!!”

Alzai la testa, lentamente, e a piccoli passi mi avvicinai alla quercia, dove nel frattempo si stavano già radunando tutti gli altri bambini e bambine per riformare le squadre e iniziare un’altra partita di guardie e ladri. Ma finimmo per dividerci in due gruppi: i maschi decisero di giocare a pallone e le femmine… non mi ricordo, dato che ero ormai concentrato sulla partita di calcio che stava per iniziare.

Una parte di me era molto pentita di avere perso apposta a guardie e ladri, oltretutto facendo la figura del poppante perché mi ero fatto battere da una femmina. Un’altra parte di me, semplicemente, non capiva. Era presto per capire.


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