Tensione.
Una rapida,
furtiva occhiata oltre l’angolo dell’edificio.
La meta era in
vista ma ancora lontana, quando iniziai ad avvertire una sensazione di pericolo,
poi sentii un grido. Iniziai a correre.
Respiro
affannoso, cuore che batteva forte e sguardo che ogni tanto si concentrava su
qualche filo d’erba o su delle margherite, che scorrevano a una velocità
impressionante sotto di me per poi uscire rapidamente dal campo visivo.
Correvamo a
perdifiato, con le guardie sempre alle nostre calcagna. Mi sembrava di correre
così veloce che, se avessi accelerato ancora di più, probabilmente le gambe mi
si sarebbero staccate dal corpo e sarebbero andate avanti a correre per conto
loro per qualche secondo, prima di accorgersi di non avere più un cervello che
le comandava.
Ogni tanto mi
guardavo indietro, ma solo per constatare tristemente che non riuscivo a
guadagnare nemmeno un metro di distanza dai nostri inseguitori. Tanto che, ad
un certo punto, smisi definitivamente di guardarmi indietro: ne sentivo
comunque la presenza e il fiato sul collo.
Eravamo in due,
io e lei. Non sapevamo dove fosse il resto della nostra squadra: forse erano
salvi, forse erano stati presi.
“Non so se ce la
facciamo”, mi disse lei, e io mi voltai di lato per guardarla.
Mi guardò cercando
di sorridere.
Quello sguardo, ancora adesso, a distanza di molti
anni, non riesco a spiegarmelo del tutto.
Avvertii come una
sensazione di vicinanza, di familiarità, eppure non avevo mai visto prima quella
bambina: sapevo solo che era la nipote di una signora che abitava in quel
complesso di condominii e, come me, si trovava lì per trascorrere qualche
giorno dai nonni durante le vacanze estive.
I ragazzi più
grandi mi avevano detto che veniva dal Lussemburgo. Io sapevo perfettamente
dove si trova il Lussemburgo, perché a quella tenera età avevo già iniziato a
curiosare tra atlanti e carte geografiche, ma mi sembrava comunque un luogo
molto lontano e quasi leggendario.
All’epoca ero
ancora un bambino, molto più interessato a giocare che a guardare le mie
coetanee.
Ma la guardai
ancora, per diversi istanti.
E poi, con una
decisione impulsiva che al momento non riuscii a spiegarmi, feci finta di inciampare
e mi lasciai prendere dalle guardie.
La bambina, non
più inseguita, corse indisturbata verso la grande quercia che si trovava
proprio in mezzo al cortile, toccò il tronco e gridò con tutto il fiato che le
era rimasto:
“LIBERI TUTTI!!!”
Alzai la testa,
lentamente, e a piccoli passi mi avvicinai alla quercia, dove nel frattempo si
stavano già radunando tutti gli altri bambini e bambine per riformare le
squadre e iniziare un’altra partita di guardie e ladri. Ma finimmo per
dividerci in due gruppi: i maschi decisero di giocare a pallone e le femmine…
non mi ricordo, dato che ero ormai concentrato sulla partita di calcio che
stava per iniziare.
Una parte di me
era molto pentita di avere perso apposta a guardie e ladri, oltretutto facendo
la figura del poppante perché mi ero fatto battere da una femmina. Un’altra
parte di me, semplicemente, non capiva. Era presto per capire.

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