mercoledì 28 ottobre 2015

L'ombrello



Casa, oggi, ore 7.15 del mattino.

Esco come tutti i giorni per andare al lavoro, salgo sull’ascensore e premo il pulsante del piano terra.
E’ prevista pioggia.
“L’ombrello! Oggi mi serve l’ombrello!”
Provo a fermare con le mani le porte dell’ascensore, che stanno iniziando a chiudersi automaticamente. Ci riesco senza danni né alle mani né all’ascensore. Torno sul pianerottolo e prendo l’ombrello thai.

Ne ha fatta di strada da quel giorno.



(flashback)

Chiang Mai, 11 agosto 2014.

Siamo nel quartiere a est del centro storico, in un tempio di cui solo un paio di settimane dopo, a casa, scopriremo il nome grazie a Google Maps: Wat Buppharam. Abbiamo intravisto questo tempio ieri, da fuori, passando di qui con il sŏrng·tăa·ou e ci è venuta la curiosità di visitarlo.

Il tempio è abitato, oltre che naturalmente dai monaci, da molti cani dall’aria estremamente rilassata:

E anche dagli immancabili Nāga, di cui qui potete vedere sei cinque esemplari:
 

I templi di Chiang Mai sono tanto silenziosi e rilassanti quanto sono caotiche le strade, eppure di solito i due ambienti sono separati da un semplice muro di mattoni, che in teoria dovrebbe lasciar passare almeno parte del rumore, dello smog e del caldo. Ma per qualche strana ragione non lo fa.

Inizio a pensare che, se dovessi convertirmi a un’altra religione, probabilmente sarebbe il buddismo.

Sono le sei di sera e il sole starebbe per tramontare, se lo vedessimo. Le nuvole monsoniche che lo coprono hanno deciso proprio in questo momento di scaricare a terra la loro acqua. Ci sediamo all’ingresso di uno dei tempietti laterali, al coperto, e aspettiamo che smetta.



Tanto è un temporale. Smetterà.
Ma non smette.
Però è piacevole aspettare. Nei templi si ha una sensazione di benessere che non si può spiegare né con parole né con immagini.



Quando ormai sono le sei e mezza passate ed è buio, vediamo un monaco che esce dal tempio per chiudere i cancelli di ingresso. Ci vede e ci spiega che dobbiamo uscire, e apre l’ombrello per accompagnarci all’uscita.

All’uscita, lo ringrazio e faccio per restituirgli l’ombrello, ma lui fa cenno che possiamo tenerlo.

Ci inchiniamo più profondamente che possiamo e lo salutiamo.

“Kop khun krap”

L’ombrello sembra piccolo, ma è molto capiente: riusciamo a starci in due senza problemi.

Avrò modo di riflettere a lungo su quel gesto di gentilezza. Per il momento mi allontano, sorridendo, riparato dalla pioggia che comunque sta per smettere, e mi dirigo verso le bancarelle del mercato all’aperto, che immagino si stiano preparando per la festa di domani (12 agosto, compleanno della regina e da queste parti anche festa della mamma).

Mi sento un po’ a casa, nonostante sia qui solo da cinque giorni e la mia casa si trovi a circa novemila chilometri di distanza.



(fine flashback)

Chissà se l’ombrello sente nostalgia di casa o se si è abituato alla fredda pioggia della pianura padana? 
Dovremo riportarlo in Thailandia, la prossima volta che ci andiamo, e regalarlo al primo che ne ha bisogno? Oppure tenerlo come promemoria che la gentilezza paga sempre?

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